Che la canzone d’autore abbia assicurato nuove espressioni poetiche e narrative alla tradizione musicale del mondo è verità da ammettere senza discussione. Ma è letteratura?
“Cosa si intende oggi per letteratura, cosa per canzone, cosa per poesia”? Sull’argomento rifletteremo insieme il prossimo mercoledì 3 maggio, a Palazzo Veterani, in occasione di Note su note. Seminario sulla canzone d’autore.
A raccontarci l’evento è Salvatore Ritrovato, docente di Letteratura italiana contemporanea, coordinatore dell’iniziativa.

 

Professor Ritrovato, una giornata di studi dedicati alla canzone d’autore, perché?

L’idea di rivolgere l’attenzione, da un punto di vista critico, alla canzone d’autore è nata un po’ per caso. Non so quanto abbia inciso il premio Nobel a Bob Dylan, certo ha avuto la sua parte, perché ha suscitato più “attenzione” di quanto non abbiano suscitato i precedenti premi, quasi già dimenticati.
Per quanto mi riguarda, in questi anni, insegnando letteratura italiana moderna e contemporanea, e arrivando alla poesia del Novecento, mi sono spesso chiesto quale fosse il rapporto fra la così detta poesia stricto sensu e la canzone, in particolare quella d’autore. Non è un nodo facile da sciogliere, ammesso che si tratti di un nodo e non di una matassa inestricabile. Vero che, conversando come si usa fare tra colleghi, fuori dalle aule (e qui vorrei ricordare Antonio Corsaro oltre ad Andrea Felici, che cura con me l’organizzazione della giornata di studi), si è pensato fosse giusto cominciare a riflettere, prendendo come argomento il “testo” della canzone, nella misura in cui esso può prescindere dalla musica.

Il testo in musica ai tempi di Bob Dylan, e del suo recente Nobel, è letteratura?

Senz’altro un testo in musica può essere letteratura. È sempre stato così, dai tempi dei Greci, passando per i Canti Gregoriani, fino al vasto materiale delle canzoni popolari, senza dimenticare i libretti d’opera. La questione non è se questa è o no letteratura, ma che letteratura è, e che senso ha questo tipo di letteratura-per-musica (come si dovrebbe, per completezza, dire) in rapporto al sistema letterario contemporaneo.
Ci si può accontentare di dire che i testi di Bob Dylan sono “poesia”? Certo. Se è per questo, ci si può accontentare di tutto, anche di mangiare al McDonald’s. Ma se la critica ha ancora un compito oggi (perché se uno come Trump potesse legiferare anche in questa materia direbbe senz’altro che conta solo il mercato e la borsa), occorre riflettere sulle parole che usiamo tutti i giorni, il cui significato spesso è più complesso di quello che ha il lessico a volte astruso dei linguaggi settoriali.
Questa giornata di studi porrà all’attenzione proprio questo bisogno: che cosa si intende oggi per “letteratura”, cosa per “canzone”, cosa per “poesia”, ecc.; e non in maniera puramente teorica, ma scendendo nel concreto dei testi, dei casi, delle vicende individuali. Senza pregiudizi, né snobismi. Questa è la critica.

Il dibattito è acceso da tempo. Per Fernanda Pivano De André è il più grande poeta italiano degli ultimi cento anni. Di Dylan si è confezionata la stessa definizione. Entrambi hanno rifiutato l’etichetta. Ecco, ipotizzando di considerare la canzone come forma d’arte diversa dalla poesia, ha mai attribuito a testi d’eccezione un valore poetico autonomo rispetto alla musica e alla voce che pure ne compongono l’essenza?

Il Professor Salvatore Ritrovato

Bella domanda. È ovvio di no, per la semplice ragione che non credo che la poesia sia un’ipostasi iperuranica. Voglio dire che la poesia è un genere – tanto per riprendere Aristotele – che si suddivide in tanti sottogeneri, i quali, a loro volta, nel corso dei secoli si sono riformati, sciolti, fusi, liquefatti, dileguati, e via dicendo; e soprattutto ha delle regole, non sempre visibili, una sua tecnica, perfino istintiva (e qui forse ha ragione Platone); insomma, ha un suo decorso ispirativo e creativo, che chiunque la pratichi seriamente, e non come dopolavoro, conosce.

Ma attenzione: il poeta crea la sua opera diversamente da come la crea il cantautore. Così come il narratore crea la sua opera diversamente da come la crea un regista (non di rado si sente dire che il vero “romanzo” italiano del Novecento va cercato nel cinema!). Ognuno di essi fa la sua “opera”, che può avere punti di contatto anche con altre arti (la pittura, l’architettura, la danza, ecc.), ma resta, nella sua essenza, legata a un preciso percorso creativo.

 

Forse dico cose risapute, ma repetita iuvant. Perciò capisco bene che un vero cantautore, cioè un cantautore serio, consapevole del suo lavoro (e quindi dei suoi pregi e privilegi, ma anche dei suoi limiti) rifiuti l’appellativo di poeta: il testo verbale collabora con quello musicale per arrivare a un supertesto, che è la canzone. Allo stesso modo in cui la sceneggiatura collabora, insieme alla scenografia, ai costumi, agli effetti speciali, e così via, alla realizzazione di un film. Eppure, sembra che considerare “poeta” un cantautore sia come promuoverlo! Ma è solo un modo semplicistico di vedere le cose: direi il tardo frutto di un’educazione classista e scolastica che vede il poeta, per quanto abbia perso l’aureola più di un secolo e mezzo fa, al vertice di un sistema culturale oggi quasi interamente addomesticato e manipolato dal mercato.

 

Non manca pertanto chi sostiene che anche un regista come Fellini in fondo è un poeta, anche un attore come Charlot è un poeta, anche un uomo pubblico come… (lasciamo perdere) è un poeta della finanza o della politica. Ma possiamo affibbiare il titolo di poeta anche a un gelataio particolarmente bravo nel suo lavoro. E in fondo anche gli occhi dei cani – diceva un grande poeta, che non si arrogava questo titolo sul biglietto da visita – hanno qualcosa di poetico, senza saperlo.

 

Il discorso è lungo, e avrò modo di approfondirlo con i gentilissimi colleghi che hanno deciso di partecipare a questa giornata di studi con contributi originali e ricchi di spunti: Stefano Pivato, Antonio Corsaro, Paola Cosentino, Roberto Danese, Sergio Guerra, Amoreno Martellini, e infine Andrea Felici, che guiderà con me lo svolgimento degli interventi. A loro tutti va il mio ringraziamento e a quanti decideranno di venire ad ascoltare.

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