Dalla rassegna stampa, tra gli articoli più recenti, ce n’è uno del Sole 24 Ore che riporta il parere dell’economista statunitense Hal Ronald Varian a proposito della “professione più interessante del futuro”, il data scientist, cioè colui che analizza e interpreta l’infinità di dati che la società produce. Oppure c’è l’intervento di Federico Fubini, su “Sette”, che confuta le tesi contenute in un libro di quale anno fa di Thomas Friedman. “È la fine della globalizzazione, – scrive in passaggio Fubini – sostituita da un mondo che non è più “piatto” ma pieno di trappole, barriere e asperità impreviste? In parte sì. In parte però è solo un cambio di pelle della globalizzazione, l’ingresso in una nuova fase. Gli scambi di dati grazie a internet, fra privati, consumatori, imprese o da macchina a macchina, si stanno espandendo più di quanto sia mai accaduta ad altri fattori economici nella storia”.

Il flusso di informazioni sta portando, dove non lo ha già fatto, a un cambiamento epocale. Ed è così non solo in economia. Il fenomeno, conosciuto come Big Data, una mole senza precedenti di dati aggregati, promette di modificare tantissimi ambiti come quello della sanità.

La domanda, cruciale, punto di partenza della giornata di studi Le sfide digitali per la performance in sanità, attività inserita all’interno del Corso di Alta Formazione Pgeco e organizzata dal Discui, in collaborazione con l’Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori (IRST) di Meldola, è in che modo questo porterà dei benefici per la nostra salute.

La digitalizzazione nel contesto regionale

Dopo i saluti del rettore della Carlo Bo, Vilberto Stocchi e di Lella Mazzoli, direttore del corso, è intervenuto Carmine Di Bernardo, direttore di Area Vasta 1 – Asur Marche. Oltre a sottolineare l’importanza dell’iniziativa e del ruolo dell’Università, Di Bernando ha osservato le “difficoltà della pubblica amministrazione di adeguarsi al nuovo mondo”. In particolare nella PA: “La crisi economica, sommata ad un mancato ricambio generazionale che ha innalzato l’età media dei dipendenti, ha rallentato di non poco la digitalizzazione e la rivoluzione tecnologia e sociale in atto da 20 anni. Rispetto a questo necessario percorso di rinnovamento l’Università è strategica, perché in grado di fornire profili professionali adatti a fertilizzare e velocizzare il processo innovativo”. “Il nostro Paese – ha aggiunto la professoressa Mazzoli, ampliando l’inquadratura – è di fronte ad una situazione che va affrontata: l’uso della tecnologia può realmente migliorare la relazione medico/paziente e cittadino/organizzazione sanitaria”.

Il guru e l’oncologo

Ad approfondire l’argomento sono stati Derrick de Kerckhove, tra i massimi esperti di new media, allievo di McLuhan, e Dino Amadori, direttore dell’IRST e tra le voci più autorevoli in campo oncologico. “I Big Data, che altro non sono che una grande quantità di small data, possono aiutarci a disegnare una mappatura della distribuzione epidemiologica” ha esordito Kerckhove. E se, a diversi livelli, possono fornirci una lettura più precisa dei macro fenomeni, dicendoci ad esempio quali malattie prevalgono in una determinata area del mondo e quali sono i metodi di cura e prevenzione più efficaci, la loro funzione diventa utile anche individualmente. Come? “Misurandoci la vita” (passi, sonno, battiti ecc.) attraverso braccialetti (FitBit e smart watch), che in tempo reale sono capaci di fornirci informazioni su noi stessi. Usare i Big Data, incrociandoli e sapendoli analizzare, può divenire allora fondamentale per la medicina di precisione.

“La tappa presente del cambiamento – ha proseguito il sociologo belga – può essere paragonata a un nuovo Rinascimento, che è stato un ritorno all’individualismo dopo una fase storica (Medioevo) dove era preponderante il peso della comunità. Ora tuttavia stiamo procedendo in senso contrario, verso l’unità dei rapporti automatizzati”. Una riflessione che apre dietro di sé almeno due problemi: come rendere utile l’unità, l’interconnessione di tutti con tutti; come difendersi dall’automatismo, selezionando dai Big Data ciò che veramente ci serve, come quando interroghiamo un qualsiasi motore di ricerca. “L’educazione – ha precisato Kerckhove – dovrà portarci sempre di più a coltivare la domanda. Per la prima volta nella storia, infatti, la risposta non esiste senza la domanda”.

La rivoluzione digitale è inesorabile e benché in Italia stia avvenendo con un certo ritardo, per il professor Dino Amadori non è più rinviabile: “La medicina del futuro senza Big Data non avrà senso. Sarebbe come usare lo stetoscopio anziché l’elettrocardiogramma”. Senza dubbio più povera dal punto di vista dello “sviluppo dei trattamenti” e della “conoscenza della biologia”. È dallo scambio di informazioni che deriva invece una maggiore efficienza.

“Terapia medica, radioterapia, cura con gli isoptopi, medicina radiometabolica, chirurgia, radiologia… tutte queste attività – è stata la riflessione conclusiva del professor Amadori – devono essere messe insieme per ottenere il più alto livello di guarigione dei nostri pazienti. Occorrono delle reti all’interno delle quali distinguere i diversi compiti, come avviene in Emilia Romagna: il nostro Istituto svolge tutta la parte medica non invasiva (oncologia medica, oncoematologia, medicina nucleare, radioterapia), l’agenzia regionale si occupa invece di introdurre nel sistema le componenti chirurgiche e oncologiche, così da costituire un network onnicomprensivo che si faccia carico di tutto il percorso del malato oncologico, dalla diagnosi precoce alla fase terminale della malattia. In questo modo è dimostrato che si ottengono la più alta sopravvivenza, la più alta qualità di vita nelle fasi più critiche e, infine, minori costi, perché quando tutto viene razionalizzato anche le spese diminuiscono”.

L’intelligenza interconnessa

Come in campo sanitario la rivoluzione digitale investe tutta la vita dell’uomo. Per Umberto Eco, lo scrittore e semiologo scomparso pochi giorni fa, i social network “danno diritto di parola a legioni di imbecilli”. Per Derrick de Kerckhove è l’esatto contrario: l’interconnessione continua è matrice di un nuovo tipo di intelligenza.

“Ho conosciuto Eco – ha spiegato il sociologo laurea ad honorem a Urbino nel 2004 – e l’ho ammirato come tutto il resto del mondo. Tuttavia su questo si sbagliava. L’intelligenza oggi non è più solo una domanda di artificial intelligence, ma è intelligenza interconnessa con tutti i centri dove si lavora, si fa ricerca e si studia. Esiste un’interazione incredibile e quando si mettono insieme tanti elementi si stimola la crescita, anche di mercato. Su questo l’Italia non ha saputo fare bene e sarebbe opportuno avvicinare gli studenti ai sistemi di data analysis che saranno il futuro del loro lavoro”.