IMPROVEDi cosa parliamo quando parliamo di povertà. Ce lo spiega il Professor Yuri Kazepov coordinatore di un team di ricercatori e studenti del Dipartimento di Economia, Società, Politica dell’Università di Urbino Carlo Bo che partecipa a ImPRovE (Poverty Reduction in Europe: Social Policy and Innovation) un progetto di ricerca internazionale co-finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del 7° Programma Quadro.


 

Professor Kazepov, un progetto da 3.600.000 euro che coinvolge i massimi esperti europei in materia di povertà si inserisce a pieno titolo tra le best practices di internazionalizzazione del sistema della ricerca. Di cosa si tratta?

ImPRovE è un progetto molto interessante che cerca di mettere insieme prospettive eterogenee, dal punto di vista disciplinare, per illuminare aspetti diversi della povertà. Riunisce, infatti, studiosi di scienze politiche e sociali, antropologi, esperti di sociologia urbana e di sociologia dell’educazione, ma anche di psicologia e filosofia della formazione ed economisti che fanno capo a dieci istituti di ricerca dislocati tra Belgio, Grecia, Ungheria, Regno Unito, Austria, Finlandia, Spagna e Brasile.
Per fare una buona ricerca internazionale occorre, di fatto, trovare il giusto equilibrio tra gli elementi che la compongono. Vale a dire competenze ab origine, attori in grado di svolgere più ruoli, capacità anche di scrittura strategica (la redazione di un progetto è un processo complesso che si costruisce su cognizioni teoriche, metodologiche ed empiriche insieme) e reti di relazioni con colleghi che studiano argomenti affini in Paesi diversi, perché la complementarietà disciplinare e l’integrazione tra saperi di matrice differente sono componenti fondamentali dell’indagine scientifica. Sembrerà curioso, ma uno dei vantaggi della ricerca comparata è che indagando fenomeni sociali in molteplici contesti permette di conoscere meglio anche il proprio.

 

Come si compone l’architettura del progetto?

Il Professor Yuri Kazepov

Il Professor Yuri Kazepov

Si struttura in sedici work packages (o pacchetti di attività) che studiano la povertà, l’innovazione e le politiche sociali in Europa.
Noi del team di Urbino siamo responsabili di una serie di pacchetti che riguardano l’innovazione sociale e in particolare studiamo, attraverso una serie di casi studio, l’innovazione sociale a livello locale. Cerchiamo, quindi, di capire in quale misura le politiche e le azioni socialmente innovative riescono ad aiutare soggetti poveri e socialmente esclusi, a seconda degli scenari territoriali in cui questi si inseriscono.

 

Sulla base di quali criteri sono stati selezionati i trenta casi studiati?

I casi studiati rappresentano tre categorie di bisogno e le rispettive aree di policy. La prima riguarda la disoccupazione quale causa di impoverimento. La seconda i bisogni abitativi e la condizione di senza fissa dimora. La terza riguarda minori stranieri svantaggiati con problemi di abbandono scolastico. In relazione a queste categorie, abbiamo scelto di studiare progetti innovativi che cercano di rispondere a nuove necessità, sia coinvolgendo le persone di cui si occupano, sia coinvolgendo attori con competenze e risorse diverse che sviluppano sinergie inconsuete e nuovi approcci volti a promuovere l’inclusione sociale.
Un esempio interessante riguarda la terza categoria di bisogno, per la quale abbiamo studiato un progetto educativo rivolto a minori Rom e Sinti. Il progetto è innovativo da molti punti di vista. Da un lato sostiene i percorsi educativi di minori ad altissimo rischio di esclusione sociale in modo inedito, ovvero intervenendo sul sistema delle relazioni tra tutti gli attori (famiglia, scuola, pubblico, minori ecc.), dall’altro adotta una modalità creativa di finanziamento per una materia sempre molto controversa politicamente. Formalmente il progetto riguarda l’impreditoria giovanile femminile. In pratica, un gruppo di neolaureate che si occupa di educazione di strada ha fondato un’associazione di servizi che, attraverso una sorta di equivalenza funzionale, offre servizi “costruiti” a favore dei minori Rom e Sinti, per i quali mancano completamente.

 

Il progetto, avviato a marzo 2012 si concluderà a febbraio 2016. Può dirci se le traiettorie di ricerca sviluppate finora permettono già di registrare indicazioni importanti?

Da subito è emersa l’importanza del contesto sociale nel quale la ricerca si svolge, perché quello che è innovativo in Italia è molto diverso da quello che è innovativo in Belgio, in Svezia o in Inghilterra.
Un caso interessante da questo punto di vista è lo “Sportello per l’indebitamento” nel Comune di Venezia. Si tratta di un progetto, gestito dal terzo settore con finanziamenti comunali, che prevede forme di sostegno per chi si trova in situazioni di grave indebitamento. Un servizio pionieristico in Italia, che all’estero esiste da oltre vent’anni!
I Paesi che abbiamo considerato nel progetto sono l’Ungheria, interessante esempio post-socialista; la Svezia, caratterizzata da politiche universalistiche fortemente redistributive; il Regno Unito, uno Stato in cui il modello liberale è più avanzato che non in altri in Europa. E ancora, la Spagna, l’Austria, il Belgio oltre, ovviamente, all’Italia. Sono tutti Paesi che si caratterizzano per capacità redistributive differenti, nonché generosità e criteri di accesso diversi. Queste discordanze influenzano molto il significato e il ruolo che l’innovazione acquisisce nei diversi Paesi-contesti. Infatti, pur esistendo ovunque, l’innovazione può avere un maggiore impatto negli Stati in cui le istituzioni la sostengono, mettendo in moto processi di learning sociale, istituzionalizzando ciò che funziona meglio.

 

Quali sono gli obiettivi di ImPRovE?

Il progetto è complesso e ha più obiettivi. Negli anni del benessere economico la povertà non è stata superata. Ci siamo chiesti perché continuasse a persistere anche in Paesi economicamente forti e siamo giunti alla conclusione che il problema non fosse la disponibilità di risorse, ma la mancanza di consenso nella distribuzione delle risorse stesse. Quindi un primo obiettivo che ci siamo posti è capire perché le cose non sono cambiate.
L’altro intento è di verificare quali sono gli elementi di innovazione possibile nei diversi contesti e quali differenze possono facilitare oppure ostacolare l’innovazione, e come influenzano i potenziali esiti.
Inoltre, il progetto si propone di influenzare le modalità di studio della povertà da un punto di vista metodologico. Metodi diversi producono conoscenze differenti: dalle analisi più sofisticate con modelli di microsimulazione (Euromod) allo studio del funzionamento istituzionale, ai casi studio su pratiche partecipate. L’ambizione è di mettere insieme prospettive eterogenee per avere un quadro che sia davvero complessivo. Da questo punto di vista, devo dire che la ricerca ha incontrato qualche difficoltà. In linea di massima, il modo migliore per raggiungere l’obiettivo è definire un approccio in cui metodi qualitativi e quantitativi vengono inseriti nel design della ricerca in un dialogo costante in cui un metodo informa l’altro.
Pensavamo fosse possibile costruire questa corrispondenza in itinere, a progetto già iniziato, invece avremmo dovuto costruirla prima. È un dialogo complesso che trova resistenze da più parti e che va impostato fin da principio. Anche questo è un esito.

 

Attualmente, quale step di studio attraversa la ricerca?

Abbiamo terminato i rapporti sui casi studio e stiamo per avviare l’analisi trasversale.
Siamo nella fase in cui cerchiamo di stabilire se esistono delle relazioni forti tra tipi di innovazione e modalità istituzionali di intervento sui problemi sociali. Quindi tra modelli di welfare e tipi di innovazioni. Il dato che abbiamo già verificato è che l’innovazione esiste diffusamente. L’Italia è uno dei Paesi socialmente più innovativi, quello che emerge però come problematico per gli Stati dell’Europa meridionale in generale è che questa innovazione, molto spesso, interagisce con sistemi di welfare iniqui, poco redistributivi, che rinforzano le diseguaglianze invece che contrastarle. In questi Paesi la navigazione è a vista, e l’innovazione emergenziale e transitoria.
Nel progetto abbiamo utilizzato la metafora dell’elefante e della farfalla, dove l’elefante è lo Stato pesante burocratico che cambia lentamente, e l’innovazione sociale, il terzo settore, le organizzazioni non governative, il volontariato ecc. sono le farfalle leggere, colorate, innovative. Il problema è che le farfalle non vivono a lungo e tra queste due specie il rapporto è complicato. Ciò che bisognerebbe realizzare è il giusto mix, una complementarietà che rinforzi gli aspetti positivi di entrambi rendendo il mutamento istituzionale possibile.

 

La capacità di creare nuova conoscenza e valorizzarne tutti i benefici dovrebbe essere il risultato prioritario di ogni ricerca scientifica. Per quel che riguarda ImPRovE quali esiti si possono ipotizzare?

È ovvio che l’innovazione può avvenire solo su scala ridotta in gruppi piccoli, però quando funziona bisognerebbe cercare di utilizzare quello che si è imparato da questi progetti micro per cercare di innovare il welfare a livello macro, a livello regionale, ma anche nazionale. Purtroppo questo è un passaggio che non avviene dappertutto in maniera omogenea. Riuscire a influenzare con i propri esiti di ricerca la politica è veramente molto complicato, da tanti punti di vista. In alcuni Stati le cosiddette evidence-based policies, cioè le politiche che si basano sulle evidenze empiriche, sono più diffuse e indipendenti dal colore politico, ma in altri le evidenze empiriche procedono in un senso e le politiche nella direzione opposta, perché hanno priorità diverse. In alcuni Paesi, la possibilità di rendere l’innovazione parte del patrimonio delle riforme e delle politiche trova maggiori possibilità di realizzazione, in altri questo upscaling rimane solo un’ipotesi. L’Italia rientra in quest’ultima categoria e ciò, purtroppo, già emerge in maniera chiara.
Le aspettative sugli esiti sono, quindi, complesse e possono variare da Paese a Paese. Uno degli esiti del progetto sarà, comunque, fare avanzare la conoscenza del fenomeno della povertà nelle sue varie dimensioni cercando di cogliere la complessità del fenomeno attraverso l’uso di dati e metodi differenti.
Un risultato, questo, raggiungibile senza troppe difficoltà. I contatti con le istituzioni che producono dati (Eurostat, Banca d’Italia, ecc.) ci sono, e la preparazione dei ricercatori e delle ricercatrici che partecipano al progetto è ai massimi livelli. La vera sfida sarà vedere se si riuscirà a uscire dalla torre d’avorio. Studiando l’innovazione sociale cerchiamo di restituire dati, conoscenza e offrire riflessività agli attori che abbiamo coinvolto. La partecipazione è parte fondante del nostro approccio.