Spin-off, dall’inglese “girare-fuori” o anche “derivato”. Questa definizione, mutuata dal mondo delle fiction televisive che da una singola storia o da un singolo personaggio traggono linfa per una nuova serie, nelle Università sta per quelle società di diritto privato che attingono competenze e conoscenze per tradurle sul mercato, anche in termini economici. Immaginiamo una grande quercia: l’Università è il tronco, gli spin-off sono i rami da cui partono nuovi germogli. I frutti sono quegli spin-off che dopo un certo periodo riescono ad avere vita propria. Una metafora dietro cui si nasconde il livello creativo e propulsivo degli Atenei.

Fabrizio Maci, responsabile del Servizio Ricerca e Relazioni Internazionali

Fabrizio Maci, responsabile del Servizio Ricerca e Relazioni Internazionali

In uno dei post precedenti avevamo parlato di Terza Missione. Lo step successivo più logico, per non perdersi nel mare magnum del rapporto Università-impresa, per proseguire il periplo attorno alla galassia chiamata “ecosistema dell’innovazione”, era appunto occuparci di questo sottoinsieme che è uno degli aspetti più caratterizzanti del “trasferimento di conoscenze”.

L’organizzazione. Prima di tutto occorre chiarire la struttura a cui gli spin-off accademici fanno riferimento: il Kto (Knowledge Transfer Office) che ad Urbino è presente dal 2011. Kto che a sua volta rientra all’interno del Servizio Ricerca e Relazioni Internazionali. La mission prevede: favorire i processi di sviluppo economico a livello locale e regionale; valorizzare la ricerca collaborativa; portare sostegno alla brevettazione e alla tutela della proprietà intellettuale. Poi c’è una Commissione che ne filtra in entrata obiettivi e business plan e un regolamento che norma la struttura e l’attività. Aspetti che via via andremo a chiarire uno ad uno nei post a venire.

Francesca Martinuzzi, addetta del Knowledge Transfer Office

Francesca Martinuzzi del Knowledge Transfer Office

Intanto un po’ di dati macro e micro. In Italia gli spin-off universitari attivi monitorati nel XII rapporto di Netval, il network (oggi associazione) che copre un campione dell’ l’86,1 % delle imprese spin-off italiane e il 66,3 % degli Atenei italiani, sono 1.144. Soltanto nel 2010 (così, per avere la misura del fenomeno), erano appena la metà. L’Università di Urbino ne conta 5 al suo interno, tutti con una quota di partecipazione dell’Ateneo nel proprio capitale: Diatheva, Enersol, Lingua Ideale, Ecoman, GeoInTech. Ma su ciascuna di queste torneremo con approfondimenti dedicati. Che cosa c’è in ballo? “L’istruzione è il grande motore dello sviluppo personale”. In pratica, parafrasando Mandela, nell’evoluzione in atto l’Università diviene il grande motore dello sviluppo economico, sociale e culturale. Dire che è una sfida è essere minimalisti.

“In passato – spiega Francesca Martinuzzi, addetta al Kto – quando l’ufficio non era ancora strutturato ci si occupava  di brevetti. A ciò dal 2011 si è aggiunto il sostegno all’imprenditorialità con un’evidente accelerazione sul tema spin-off”. Ma c’è di più perché, volendo sbilanciarci in previsioni, lo spin-off somiglia tanto al collo lungo della giraffa per sopravvivere alla selezione naturale. “In futuro i fondi alla ricerca passeranno sempre più da questa strada. Basti pensare – dice Fabrizio Maci, responsabile del Servizio Ricerca e Relazioni Internazionali – che l’Anvur per misurare le performance degli Atenei non valuta soltanto il numero di spin-off ma anche in quale lasso di tempo gli spin-off riescono a camminare con le proprie gambe” (e a divenire frutto maturo).

Un mito da sfatare. Benché la materia in Italia sia relativamente giovane ci sono già alcuni luoghi comuni da rimuovere. Quello ad esempio che spin-off e innovazione siano roba per soli scienziati. “Alcuni docenti – conclude Maci che nel frattempo fa riferimento anche allo spin-off Lingua Ideale – stanno pensando ad uno ‘staff’ interdisciplinare che si occupi del recupero di antichi manoscritti, una sorta di salvataggio del patrimonio”.