La maestra di Sant’Ermete delle volte, il pomeriggio, si chiude in camera e accende una Giubek. Non fuma. Sdraiata sul letto la guarda consumarsi. Le piace l’odore. Delle volte le viene da piangere.

Raffaello Baldini, 1938, in La nàiva furistír ciacri, Torino, Einaudi 2000

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La Fondazione Carlo e Marise Bo ha dedicato una giornata di studi al poeta romagnolo Raffaello Baldini. Nell’Aula Magna del Collegio Raffaello di Urbino sono stati presentati i volumi Raffaello Baldini. Essere voce e gesto, a cura di Gualtiero De Santi e Rita Giannini e Raffaello Baldini. Prima del dialetto, a cura di Tiziana Mattioli ed Ennio Grassi. Ha chiuso i lavori lo spettacolo teatrale di Silvio Castiglioni Nel labirinto. L’italiano di Raffaello Baldini. da Autototem a In fondo a destra.

Chi era Raffaello Baldini? Lo abbiamo chiesto alla Professoressa Tiziana Mattioli che, con Ennio Grassi, ha indagato la prima produzione letteraria del poeta, sinora ignorata dalla critica.


 

La giornata di studi organizzata dalla Fondazione Carlo e Marise Bo è, tra le altre cose, un omaggio all’amicizia che legava Carlo Bo a Raffaello Baldini?

Sì, certamente. Questo evento è insieme un omaggio all’amicizia tra Bo e Baldini, e un omaggio alla nostra prestigiosa Istituzione, e a chi la governa e scientificamente la coordina. Vuol essere anche una testimonianza di come sia possibile, attraverso le dediche dei volumi (talvolta, come in questo caso, pur in assenza di documenti più vistosi) ricostruire le trame di rapporti culturalmente profondi e sodali, condivisi nelle trame ombrose del quotidiano incontro piuttosto che in piena luce.

 

Copywriter, scrittore, giornalista, perché Baldini sceglie per i suoi versi il dialetto romagnolo, o meglio santarcangiolese?

Baldini è sempre sfuggito a questa domanda, e del resto, da Pasolini in poi (dalle Poesie a Casarsa, del ‘45) la tradizionale questione tra lingua e dialetto, in poesia, è stata superata, volendo ammettere appunto l’assenza di una gerarchia nella parola poetica. In ogni caso, con qualche arguzia e non senza verità, la risposta del santarcangiolese è che “ci sono ancora situazioni, persone, paesaggi, storie, che succedono in dialetto e che è ragionevole lasciare in dialetto”. Tradurre significa in fondo non raccontare come le cose siano realmente accadute. Insomma, si tratta di essere fedeli ad un principio di realtà.

 

Ci racconta “Raffaello Baldini, prima del dialetto”?

Il Raffaello Baldini prima del dialetto era, sino ad oggi, un continente sconosciuto, fatta eccezione per l’isola di Autotem: un libro del ’67, edito da Bompiani e corredato da straordinarie immagini di Franco Maria Ricci e Luciano Francesconi, nonché da un retro di copertina attribuibile a Umberto Eco. Un libro satirico e profetico sul feticismo dell’automobile negli anni ’60, caduto subito nel silenzio autoriale e critico. Ci siamo chiesti cosa fosse sepolto sotto questo silenzio, e in una ricerca anche un po’ empirica ma entusiasmante abbiamo scoperto queste 250 pagine di testi che vanno dalla tesi di laurea al giornalismo, dai materiali epistolari alle pagine creative, rispetto alle quali quel libro, che sembrava d’esordio, è risultato di fatto un testo conclusivo. Nel senso che chiude un’illusione: quella di una possibile armonizzazione tra realtà industriale e realtà culturale. Quell’umanesimo industriale di cui vasta testimonianza viene da straordinarie testate: “Rivista Pirelli”, “Civiltà delle macchine”, “Gatto selvatico”, “Officina”, “Comunità”. Come dire: Sereni, Sinisgalli, Bertolucci, sino al nostro Volponi.

 

Con questo mondo, con alcuni di questi autori, Baldini ha intensamente dialogato, come con personaggi straordinari del mondo del design (Michele Provinciali, Pino Tovaglia), della fotografia (Mulas, Sambonet, Dondero), dell’arte (Bianconi, Ajmone, Cazzaniga). Tanto che le sue pagine valicano sempre i confini di genere e appunto compiono scorrerie su tutti questi territori, amando innanzitutto, come nella pop art e nel ready made, un’idea democratica del fatto artistico, nella sua accessibilità popolare e nell’amore del residuo e dello scarto da cui può nascere, metaforicamente e metamorficamente, un nuovo significato simbolico, una vera restituzione di senso a ciò che, apparentemente, questo senso aveva perduto.

 

Franco Loi scrive: “non ho conosciuto nessuno che come lui sapesse trasformare la chiacchiera in poesia”. Di fatto, Baldini restituisce la “chiacchiera” intorno ai piccoli fatti quotidiani della provincia romagnola secondo una maniera che evoca Masters, fuori dall’epitaffio ma in quadretti di dolente ironia. Concorda con Loi?

Loi splendidamente parafrasa quanto Baldini aveva affermato scegliendo, come titolo di una sua raccolta di poesie, Ciacri. Chiacchiere, appunto. Non si può che condividere, non si può che segnalare questa attenzione di Baldini ad una sorta di minimo esistenziale fatto di manie, di scarti, di ossessioni, di abitudini che alla fine, pur nel nostro smarrimento, ci trattengono dentro la verità dell’uomo.

 

I motivi stilistici e le capriole inquiete degli scritti editi si rintracciano anche nei primi documenti letterari che, con Grassi, ha indagato? E, secondo lei, il rimuginare nevrotico dei monologhi baldiniani può considerarsi in maggior misura poesia, racconto o teatro?

Credo che la nuova antologia di testi in italiano dia indiscutibile attestazione che Baldini è un autore che nasce maturo, ovvero capace, sin dalla sua tesi di laurea (1949) di uno strumentario stilistico e linguistico, strutturale e sintattico che il dialetto poi confermerà. L’elemento di maggior peso, oltre ad una lingua che continuamente occhieggia al quotidiano, è la partitura costantemente drammaturgica della pagina di Baldini, una architettura che sostanzialmente potremmo dire sempre teatrale e teatrabile. Una parola che, insomma, pretende una voce recitante, qualunque sia la natura della pagina in cui trova forma.

 

Non a caso, a concludere i lavori della giornata è stato lo spettacolo di Silvio Castiglioni Nel labirinto. L’italiano di Raffaello Baldini. da Autototem a In fondo a destra.

Lo spettacolo di Silvio Castiglioni è nato parallelamente al nostro lavoro, e per buona parte suggerito dal nostro lavoro, specie quello su Autotem, messo a punto per l’occasione del decennale della scomparsa di Lello. Castiglioni, che è uomo di teatro di vasta e profonda esperienza (ha diretto il Festival di Santarcangelo per circa 10 anni, e messo in scena testi da Manzoni a Mandel’štam, da Brecht a Zanzotto) ha colto perfettamente il nesso di continuità tra questa prima stagione e il teatro baldiniano degli anni ’90. Ha fuso così due tempi cronologici (Autotem e In fondo a destra), mostrandone l’incredibile specularità e l’equilibrismo di una scrittura che sulle stralunate movenze alla Chaplin, alla Buster Keaton – che Baldini non si nega – oscilla pericolosamente tra la comicità e il baratro esistenziale.

 

Immagine in evidenza: Quentin Keller