Il ciclo di incontri Bo/De Carlo. Pensare una città. Un ateneo nel segno del contemporaneo, curato dal Rettore Giorgio Calcagnini e dalla Professoressa Tiziana Mattioli, accoglie un’ultima, preziosa, tessera: l’intervista a Benno Albrecht, architetto e Rettore dell’Università Iuav di Venezia. Una riflessione che si muove tra itinerari personali e lettura critica dell’eredità di Giancarlo De Carlo. Con sguardo libero da appartenenze, Albrecht rintraccia, tra i nuclei del pensiero decarliano che considera ancora vitali, l’idea dello spazio come struttura delle relazioni sociali. In questa prospettiva Urbino emerge come laboratorio civico, soprattutto in relazione al complesso architettonico dei collegi universitari, costruito attraverso percorsi e spazi intermedi che generano vita collettiva. E affiora anche il rapporto profondo che lega la città ducale e Venezia: «due realtà ed esperienze di politica urbana rispetto alle quali, sarebbe utile costruire un bilancio comparato per offrire indicazioni e orientamenti operativi futuri».

 

Rettore Albrecht, ricorda il momento in cui l’opera e il pensiero di De Carlo hanno incrociato il suo percorso di architetto e studioso?

Ho incontrato Giancarlo De Carlo negli anni della mia formazione universitaria allo IUAV. In quel periodo insegnava, e per me è stato innanzitutto un professore, una voce autorevole in una scuola che stava interrogando in profondità il ruolo dell’architettura, con al contorno tutta la polemica tra “giovani delle colonne” e chi non si riconosceva nel Gruppo Architettura. Successivamente, i miei studi e la carriera mi hanno permesso di guardare alla sua opera da una certa distanza critica. Non ero “decarliano”, ma non ero neanche “antidecarliano”. Questo mi ha consentito di osservare il suo lavoro nella sua complessità e nel suo tempo con una certa libertà di giudizio, lontana da orientamenti di simpatia o ideologici.

Quali aspetti del pensiero e della pratica progettuale di De Carlo ha sentito in dialogo con la sua sensibilità?

La mia posizione “eccentrica”, rispetto alle appartenenze che si sono formate attorno alla figura di De Carlo, mi ha permesso di guardare e conoscere la sua visione e la sua esperienza progettuale in momenti diversi. Ho lavorato a lungo con Leonardo Benevolo che è subentrato a De Carlo in due progetti rilevanti quali il piano regolatore di Urbino e quello di Rimini. Questa partecipazione mi ha consentito di comprendere dall’interno il lavoro di De Carlo, con tutte le critiche connesse. Sono stato anche docente all’ILAUD e ho conosciuto un contesto internazionale in cui il rapporto tra progetto e società assumeva una dimensione concreta, anche lontana dai centri europei.

 

Mi ha avvicinato a lui l’attenzione ai Paesi del Terzo Mondo che attraversava i primi scritti di De Carlo. Penso ad esempio a un suo intervento sulle case di fango Musgum, nell’Estremo Nord del Camerun, che mi è sempre sembrata una parte significativa del suo percorso. Lì comincia ad emergere il suo interesse per la relazione tra spazio e struttura sociale, che considero ancora attuale. Ed è su questo terreno che ho avvertito una più spiccata prossimità. Mi ritrovo nella battaglia di De Carlo against formalism, che mostra un qualche tentativo di rendere precisa, trasmissibile o anche leggermente scientifica l’architettura: mi ha sempre affascinato questo suo tentativo, e per comprenderne la portata basta guardare i titoli della collana del Saggiatore.

L’eredità intellettuale di De Carlo pensa abbia influenzato l’architettura contemporanea e influenzi ancora il modo in cui si insegna e si fa ricerca in questo ambito disciplinare?

De Carlo ha attraversato stagioni diverse. In alcuni momenti ha avuto molto successo e il suo lavoro è stato centrale nel dibattito, in anni recenti è rimasto parecchio sullo sfondo, se non dimenticato. Questa oscillazione si è legata certamente alle trasformazioni interne alla disciplina, ma anche alle scelte di chi ha lavorato con lui e ha proseguito, poi, il proprio percorso prendendo le distanze da quello che Da Carlo faceva. Al di là del passato, ciò che a me sembra importante capire oggi è quali aspetti del suo pensiero possano avere valore per il futuro.

 

Uno mi sembra particolarmente rilevante, ed è l’idea dello spazio come dispositivo che crea e struttura relazioni sociali, che incide sui processi di trasformazione della società, quell’idea di cluster comunitario che traccia tutto il pensiero anti-urbano dalla metà dell’Ottocento ad oggi. Per De Carlo lo spazio non è soltanto configurazione fisica, è una categoria determinante che riguarda le scienze sociali, la cultura urbana, l’architettura, ma anche la giustizia e le forme di equità territoriale. Ecco, bisognerebbe recuperare questa impostazione, oggi, e darle forma.

 

Così come credo sia necessario riscoprire i riferimenti dei geografi anarchici, ed è altro aspetto che mi avvicina molto a De Carlo. Mi è molto congeniale l’ideologia trans-urbana di figure come Elisee Reclus, Pëtr Kropotkin, Léon Metchnikoff, Charles Perron o anche Patrik Geddes, il tutto filtrato attraverso Ruskin, Perkins Marsh, Morris e l’ideologia fabiana inglese. Sono convinto possa portare suggestioni più che mai funzionali – con i necessari aggiornamenti, s’intende – al nostro tempo, dominato da tensioni geografiche, ambientali, e da disuguaglianze spaziali.

Il filo che lega l’Università Iuav a Urbino è una prospettiva comune rispetto a un metodo, a una visione?

Si tratta di un legame che rimanda prima di tutto a una trama concreta di relazioni. Oltre ai collaboratori di De Carlo, molti docenti dello IUAV hanno lavorato a Urbino. Penso a Paolo Ceccarelli, che è stato Direttore dello IUAV, Franco Mancuso, Carlo Carozzi, Carlo Aymonino, Leonardo Benevolo e Giorgio Lombardi. Figure che hanno inciso in fasi decisive dell’evoluzione delle due città. Anche tra Urbino e Venezia esiste una relazione molto forte, avendo entrambe affrontato il problema dei centri storici con largo anticipo e con tecniche e strategie che, pur avendo non pochi punti di contatto, hanno prodotto esiti differenti. Venezia rappresenta il più grande centro storico europeo con una complessità insediativa e funzionale unica.

 

Urbino è una città di dimensioni contenute che ha beneficiato di una riconversione funzionale profonda grazie alla presenza dell’Università e a una politica attenta di integrazione tra patrimonio e nuove funzioni. Due realtà ed esperienze di politica urbana rispetto alle quali, in un Paese composto da migliaia di centri storici, sarebbe utile costruire un bilancio comparato per offrire indicazioni e orientamenti operativi futuri che attualmente mancano.

Quali impressioni sollecitano i Collegi universitari mentre li attraversa?

I Collegi di Urbino hanno una qualità spaziale che supera l’idea di residenza. Nelle architetture realizzate da Giancarlo De Carlo c’è una grande sapienza sui percorsi. Attraversandole, si ha la sensazione di muoversi dentro un sistema di spazi intermedi che costruiscono piccole città. Come a Terni, nel Villaggio Matteotti, anche nei Collegi di Urbino questa dimensione micro-urbana è particolarmente chiara e si impone come valore fondamentale.

Qual è la domanda aperta, la questione irrisolta, che De Carlo suggerisce di affrontare oggi per Pensare una città del futuro prossimo?

La questione che oggi resta aperta riguarda la scala del Paese. Molti dei pensatori che hanno lavorato a Urbino, compreso De Carlo, non hanno mai affrontato in maniera decisa la necessità di offrire un progetto di sistema all’Italia, come struttura territoriale. L’ultimo tentativo organico di pensare al Paese in termini progettuali risale al Progetto ’80, promosso da Giorgio Ruffolo alla fine degli anni Sessanta. Da allora si sono susseguite strategie settoriali, senza un disegno unitario. Ma per fare questo bisogna dare valore alla riscoperta dello spazio come categoria determinante le scienze culturali e sociali, della giustizia spazial e.

 

Bisogna insegnare a leggere il mondo, per dare gli strumenti per trasformarlo e farne un mondo più giusto per tutti e più adatto alla vita dell’uomo. Se vogliamo immaginare le città che verranno dobbiamo, quindi, collocarle dentro un’idea di trasformazione del territorio in una ottica “post sostenibile”. La domanda che resta aperta è come costruire un pensiero forte e una traiettoria complessiva per il futuro del Paese, e questo è ciò che stiamo tentando di fare noi, ora.

 

 

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