L’intervento condiviso oggi sul Corriere Adriatico dal Professor Donato Iacobucci, docente di Economia applicata all’Università Politecnica delle Marche, riapre una riflessione destinata ad accompagnare il dibattito pubblico dei prossimi anni. Temi sotto i riflettori: declino demografico, aree interne e futuro delle Università marchigiane.
Il Rettore Giorgio Calcagnini interviene nell’intervista che segue, condividendo alcuni passaggi della ricognizione proposta e richiamando, al tempo stesso, la necessità di leggere le trasformazioni in corso dentro un quadro più ampio, che tenga conto delle condizioni nelle quali i territori interni si trovano oggi a operare, e delle scelte che hanno accompagnato negli anni il loro sviluppo.

 

Rettore, un articolo pubblicato oggi sul Corriere Adriatico, a firma del Professor Donato Iacobucci, insiste sull’inevitabile declino demografico e sulla conseguente concentrazione delle funzioni universitarie in pochi, grandi, poli. Condivide questa lettura?

Il calo demografico è reale e credo che nessuno oggi possa permettersi di sottovalutarlo. Ho letto l’articolo del Professor Iacobucci con interesse. Concordo su larga parte dell’analisi che, tuttavia, non tiene conto di alcuni dati di partenza – o, se vogliamo – di arrivo. Parlare oggi di nuovi assetti insediativi basati su gerarchie funzionali chiare significa dimenticare come si sia arrivati a questo punto. Negli ultimi anni, il dibattito sul ruolo delle aree interne delle Marche ha evidenziato con chiarezza una disparità nelle (pre)condizioni di sviluppo tra i comuni della costa e quelli collinari e montani.

 

Le differenze tra territori non nascono oggi e riguardano infrastrutture, collegamenti, servizi, opportunità economiche e capacità attrattiva. Non riconoscere questa situazione di partenza, o di arrivo, rischia di incidere anche sulla definizione delle politiche per i prossimi anni. Politiche – e su questo concordo pienamente – capaci di guardare oltre il breve periodo e oltre i cicli elettorali. Ritengo, pertanto, che il futuro non possa essere letto soltanto attraverso categorie come concentrazione o riduzione delle funzioni. Occorre, piuttosto, chiedersi quali strumenti il Paese voglia mettere in campo per evitare che le differenze territoriali diventino irreversibili.

 

Ho incontrato, e incontro, imprenditori che hanno scelto di continuare a investire nell’entroterra della provincia di Pesaro e Urbino, pur operando in condizioni di svantaggio competitivo rispetto a chi si colloca sulla costa, nei pressi delle grandi vie di comunicazione. Molti di loro continuano a farlo per un forte legame con i luoghi e per la qualità sociale delle comunità in cui operano, e grazie anche a una visione di lungo periodo che non si misura solo attraverso parametri economici immediati. La domanda che dobbiamo, allora, porci è: per quanto tempo ancora questa situazione potrà reggere senza politiche capaci di accompagnare davvero lo sviluppo e la vitalità dei territori interni? Perché il tema decisivo non è scegliere tra periferia e poli forti, ma costruire un modello di crescita che valorizzi le diverse e necessarie vocazioni del Paese, con l’obiettivo di ridurre ulteriormente gli squilibri esistenti.

Il tema riguarda, inevitabilmente, anche il sistema universitario marchigiano e la sua sostenibilità futura.

Se davvero il problema fosse un’eccessiva presenza universitaria, perché è stata autorizzata l’apertura di sedi della Link Campus University nelle Marche? Come stiamo vedendo in questi giorni, le attività dell’Ateneo privato si stanno rapidamente espandendo anche oltre l’ambito medico-sanitario, come ampiamente previsto a suo tempo dal Comitato Regionale di Coordinamento delle Università delle Marche. Le quattro Università pubbliche della Regione disponevano già delle competenze, delle strutture e delle risorse necessarie per far fronte alla domanda di formazione aggiuntiva. Certo, riconosco alcune sovrapposizioni nell’offerta formativa dei diversi Atenei, ma non di rilievo tale da determinare una competizione dannosa per il sistema regionale.

 

Va anche ricordato, almeno secondo l’ultimo esercizio di valutazione della qualità della ricerca, che le Università marchigiane pur evidenziando distribuzioni per aree scientifiche con pesi diversi, sono relativamente vicine in termini di indicatori sintetici. Un risultato, quest’ultimo, che deriva anche dalla collaborazione costruita tra i nostri Atenei in questi anni, e dalla consapevolezza che il rafforzamento del sistema universitario regionale passi prima di tutto dalla volontà di fare rete.

L’impressione è che la difesa dei territori emerga come risposta emotiva più che strategica.

Le istituzioni hanno il dovere di guardare la realtà per quella che è. Questo però non significa leggere processi complessi attraverso criteri troppo semplificati. Il ruolo delle Università pubbliche nel territorio regionale è quello di un fondamentale presidio, soprattutto nei comuni in cui sono storicamente localizzate. Nella relazione di apertura dell’anno accademico 2025-2026 ho richiamato alcuni dati che aiutano a comprendere lo stato delle cose: a Urbino e Camerino il rapporto studenti/residenti è intorno a 1; a Macerata è pari al 23%, mentre ad Ancona al 16%. È facile, dunque, comprendere cosa rappresenti una solida presenza universitaria per città come Urbino e Camerino, da una prospettiva culturale, sociale ed economica. Per questo – ripeto – evocare nuove gerarchie funzionali applicate al sistema universitario rischia di produrre un ulteriore e, forse irrimediabile, depauperamento di alcune aree interne.

 

I presidi universitari, soprattutto quelli dell’entroterra, andrebbero invece aiutati, non con risorse finanziarie, non con indicazioni su come organizzare la formazione e la ricerca, ma attraverso servizi adeguati. Uno dei più sentiti e urgenti è, ovviamente, quello delle infrastrutture, soprattutto di trasporto. Fino ad ora, la capacità attrattiva della città di Urbino, legata ai meravigliosi luoghi di studio e di lavoro – specie rispetto a studentesse e studenti provenienti da altre regioni – ha compensato l’assenza di collegamenti stradali efficienti con la rete ferroviaria e aeroportuale.

 

Dentro questo scenario complesso, resta forte per noi l’intenzione di guardare avanti con fiducia. Per cui, come accade lungo tutto il corso dell’attività accademica, e in particolare nei giorni più recenti con l’avvio della campagna che promuove l’offerta didattica e le iscrizioni al prossimo anno accademico, il nostro impegno è massimo. Sono sicuro che anche questa sfida possa essere affrontata con equilibrio e verità.

 

 

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