Alessandro Piperno, scrittore e accademico vincitore del Premio Strega 2012, ha tenuto la XV Lezione Urbinate della Fondazione Carlo e Marise Bo: Nostalgie proustiane nell’opera di Philip Roth. 

La mia idea, suffragata ormai da anni di studio e di pratica, è che il protagonista occulto di qualsiasi opera narrativa sia il tempo e con il tempo la perdita del tempo, la nostalgia che tra i sentimenti tristi è, forse, il più nobile.
Mi è sembrato interessante mettere in luce come Proust e Roth, due scrittori così apparentemente diversi e antitetici, avessero questa comune radice: il canto nostalgico di un tempo perduto. 

Nella videointervista che segue, Piperno racconta di scrittura e lettori consapevoli.

 

 

Il romanzo al tempo della post-verità

Io credo nel genio letterario che ha a che fare con l’individuo, con un particolare individuo dotato di quel genio che è capace di creare delle strutture narrative; che è capace di costruirsi un proprio stile. Credo che questo abbia una tale forza che resiste a qualsiasi post-verità.

Sulla scrittura

È una capacità di capire come l’interiorità abbia diritto al piacere. L’interiorità è piacere. Mi ricordo che quando ero ragazzo e iniziavo a leggere letteratura, narrattiva, ecc. avevo questa idea che il dolore nobilitasse… sono tutte sciocchezze. Arrivo a dire che anche per fare il lavoro di scrittore, molto spesso, la nevrosi è impediente. Ho conosciuto degli scrittori molto bravi che sono stati distrutti dalla propria nevrosi. L’esercizio letterario è un esercizio gioioso.

 

Per una serie di circostanze biografiche non mi sono mai trovato a mio agio da nessuna parte. Provengo da una genealogia religiosa abbastanza controversa, con dentro soprattutto ebraismo e cattolicesimo; sono un francesista che ha degli interessi sempre più alternativi; convivo costantemente con l’idea di essere un impostore che sta per essere scoperto e smascherato e questo mi dà la sensazione, da un lato, di solitudine, dall’altro di essere minacciato. Quindi nell’esercizio delle cose della vita sono tendenzialmente piuttosto ipocrita e galante e anche in ritirata, in gioco di rimessa. Invece quando scrivo, improvvisamente, divento virile come Superman. È una cosa nella quale finalmente non ho paura e quindi, sicuramente, la scrittura è stata la mia casa.

Il lettore consapevole

Per me un lettore consapevole è un lettore che ha un’immaginazione pari a quella dello scrittore che, in qualche modo, gli consenta di immaginare e trasfigurare i pochi elementi che uno scrittore dà. Uno degli errori che fanno gli scrittori alle prime armi è quello di voler dire tutto. In realtà, tu devi dire poco e lasciare al lettore il resto.

 

È necessario che i lettori imparino a stravolgere il testo a costo anche di adulterarlo. Io conosco dei libri molto bene, che leggo da tutta la vita, rispetto ai quali ho dei falsi ricordi. Ricordo che avviene una cosa piuttosto che un’altra e questo, da un punto di vista accademico, è un errore: uno studente che a un esame mi dicesse una cosa per un’altra lo boccerei. Però, in realtà, questa mia cattiva memoria, paradossalmente, dà il senso di quanto il testo sia stato da me assimilato e ristrutturato per le mie esigenze. Ecco, questo per me è un lettore consapevole.