Il comparto delle biotecnologie è senz’altro strategico per lo sviluppo del nostro Paese: lo confermano il report 2023 ENEA-Assobiotec che ne disegna il trend in crescita, il PNRR che offre al settore finanziamenti significativi e il Piano Nazionale per le Biotecnologie annunciato lo scorso giugno dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Alle necessità di questo segmento del mercato del lavoro in forte espansione si allinea l’offerta didattica del corso di laurea triennale in Biotecnologie del nostro Ateneo, anche attraverso il potenziamento della quota applicativa e pratica delle attività formative. Ce ne parlano Cecilia Bucci, laureata triennale Uniurb oggi iscritta alla magistrale in Biotecnologie mediche per la diagnostica e la terapia, e Luca Galluzzi, docente di Biotecnologie diagnostiche e terapeutiche.

 

Il Professor Luca Galluzzi

Professor Galluzzi, lo scorso anno la triennale in biotecnologie ha festeggiato i suoi primi venticinque anni! Vuole “rispiegare” le caratteristiche del corso di laurea?

Volentieri! Sì, a ottobre del 2022 abbiamo festeggiato con grande soddisfazione i venticinque anni del corso nella sua sede di Fano, ora presso il bellissimo complesso monumentale di Palazzo San Michele nel centro della città. Per “rispiegare” le caratteristiche del corso partirei proprio da questo spazio fisico indipendente, che ha al suo interno un efficace sistema integrato di strutture per la formazione e per la ricerca, oltre che una segreteria didattica alla quale gli studenti possono rivolgersi per ogni esigenza che riguardi il percorso di studi.

 

Il corso si focalizza sulle biotecnologie applicate al campo biomedico, quindi su aspetti diagnostici e terapeutici, per cui una buona parte dell’area della sede è dedicata ai laboratori didattici e ai laboratori di ricerca. Nei laboratori didattici le studentesse e gli studenti possono mettere in pratica quello che apprendono durante le lezioni, sono il posto in cui oltre ad imparare e a sapere imparano anche a saper fare. Nei laboratori di ricerca i docenti conducono i propri studi scientifici e ne trasmettono gli esiti agli allievi che frequentano i corsi. In questo modo, lo scambio tra i ragazzi che partecipano alle lezioni e il personale che lavora in maniera stabile nella sede è pressoché quotidiano.

Approfondiamo le ragioni e le forme di questo scambio tra docente e studente?

Il corso accoglie circa cento matricole all’anno e questa numerosità limitata consente a ogni studentessa e a ogni studente, che ne frequenti la sede, di interagire con i docenti anche al di fuori delle lezioni. Tra docente e allievi si stabilisce una conoscenza sufficientemente approfondita, non voglio dire come nella classe di una scuola superiore, ma di certo contrassegnata da un rapporto che definirei “umano”. Gli studenti imparano a conoscere noi e viceversa, quindi soprattutto con chi frequenta abitualmente le lezioni si instaura un’interazione che non è mai distaccata o priva di cordialità.

 

In questo modo, inevitabilmente, riusciamo a seguire meglio i ragazzi e, perché no, a trasferire loro anche la nostra passione per la ricerca e per gli studi che facciamo. Noi docenti non vorremmo trasmettere solo dati o conoscenze, ma una mentalità, un sistema di ragionamento per avvicinarsi ai problemi e trovare le risposte. Un po’ come avviene per la ricerca, in cui conoscenze, curiosità e metodo aiutano a spingersi là dove nessun altro ha ancora guardato.

 

Ecco, io mi auguro di insegnare ai miei studenti un approccio scientifico alle questioni più diverse, un metodo che li aiuti a costruire sempre una visione critica dei fatti che osservano. Perché nella vita per avere una propria opinione è necessario prima di tutto conoscere le cose, poi rispetto a queste imparare a porsi delle domande e, possibilmente, a darsi delle risposte. Insomma, procedere per step, molto razionali e ordinati, credo sia utile per crescere non solo come scienziati, ma come persone.

In apertura ha citato i laboratori, quanto pesa nell’economia del corso la parte pratica della formazione?

In generale, il corso dà molta importanza alla parte pratica, oltre che alla parte teorica che è sfaccettata e non prevede solo lezioni di Biologia, ma anche di Economia o Diritto brevettuale, ad esempio, perché un biotecnologo dev’essere in grado di comprendere e avere delle nozioni di base su quanto può brevettare, su come avviare la procedura, su come sfruttare la proprietà intellettuale delle proprie scoperte o di quelle di un’azienda ecc.

 

Concentrandosi molto anche sull’applicazione delle teorie, il corso prevede 250 ore di tirocinio che si possono svolgere presso aziende convenzionate del territorio, nazionali o europee, grazie ai programmi Erasmus+ Traineeship. Con le aziende del territorio, in particolare, e di tutto il Paese il corso stipula nuove convenzioni ogni anno, quindi il numero delle imprese che accolgono i nostri allievi cresce costantemente e i feedback che riceviamo da entrambe le parti è estremamente positivo. Le realtà imprenditoriali coinvolte apprezzano molto le competenze e la capacità di autonomia che i nostri studenti e neolaureati dimostrano all’interno dei laboratori.

 

Cecilia Bucci

Cecilia, hai concluso da poco la triennale in Biotecnologie, sei soddisfatta del percorso?

Sì, moltissimo! Infatti, dopo la laurea mi sono iscritta subito alla magistrale in Biotecnologie mediche per la diagnostica e la terapia e posso dire che, tornando indietro, rifarei esattamente tutte le scelte che ho fatto. L’ambiente dei due corsi, che ospita classi non troppo numerose ed è ben organizzato, favorisce sicuramente lo studio e la creazione di rapporti sia con i compagni di corso, sia con i professori.

 

Quello che mi ha colpito è che anche la triennale, come la magistrale, dedichi molto spazio alle attività pratiche che danno la possibilità di toccare con mano il lavoro che faremo in futuro. Prevede, infatti, molte ore di laboratorio nelle quali impariamo a gestire gli strumenti e i protocolli di lavoro e possiamo svolgere in maniera indipendente una serie di esercitazioni pratiche accompagnate, ovviamente, da una spiegazione del docente che è sempre presente, supervisiona il nostro lavoro, ci accompagna passo dopo passo e, all’occorrenza, interviene per aiutarci nel ragionamento e nella conduzione dell’esperimento.

La buona relazione col docente immagino si rafforzi durante le attività laboratoriali.

Sì, durante i laboratori questo rapporto certamente si rafforza perché siamo divisi in gruppi, in piccole classi che permettono al docente – come dicevo – di seguirci anche individualmente. Ma, in generale, essendo un corso a numerosità piuttosto ridotta il rapporto con i professori si instaura e si coltiva con facilità. Loro sono molto disponibili, di conseguenza è semplice chiedere chiarimenti durante le lezioni o appena finiscono, oppure contattandoli in maniera più formale tramite email per chiedere un appuntamento.

 

Quando mi sono iscritta davo per scontato un rapporto docente-studente più distaccato e freddo, simile a quello che amici che studiano in Università più grandi mi descrivevano, invece già nei primi giorni di lezione vedevo che le professoresse e i professori si fermavano oltre l’orario stabilito proprio per rispondere alle nostre domande, dedicando tempo a ognuno di noi. Sinceramente non me lo sarei aspettato, e adesso che frequento la magistrale succede la stessa cosa.

Un altro ambito di applicazione della teoria è il tirocinio formativo. Dove e come hai affrontato questa esperienza?

Ho svolto il tirocinio formativo con sicurezza in un’azienda di biotecnologie del territorio. Mi sono trovata, quindi, nelle condizioni di gestirmi e di orientarmi autonomamente anche in un laboratorio diverso da quello dell’Università. Il tirocinio mi ha insegnato molto, e dopo un primo periodo di formazione interna sono stata abbastanza libera di muovermi tra i vari strumenti e questo mi ha aiutato a consolidare le conoscenze pratiche che avevo acquisito in ambito universitario e di ottenere informazioni nuove. La stessa cosa è successa quando ho cominciato a frequentare i laboratori della magistrale: mi sono subito sentita a mio agio e pronta a imparare.

 

A questo proposito vorrei dire che alla fine del percorso triennale è stato importante sapere di poter proseguire gli studi a Urbino, potendo scegliere tra due magistrali interessantissime in Biotecnologie mediche per la diagnostica e la terapia e Biologia della nutrizione, senza dover cambiare città e ricominciare tutto daccapo, con professori sconosciuti in un ambiente completamente diverso. Anche per questo se dovessi riscrivermi farei esattamente la stessa scelta!

 

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