The Historical Enigma of the Snake Woman from Antiquity to the 21st Century è un’indagine storico-educativa sul senso del mito meduseo che la prestigiosa Cambridge Scholars Publishing, nel dicembre 2017, ha scelto di dare alle stampe riconoscendone l’originalità e l’alto valore innovativo.
Ne è autrice Angela Giallongo – Ordinaria di Storia dell’Educazione (Dipartimento DISCUI) della Carlo Bo – sollecitata dalla curiosità di rileggere i significati, polivalenti e contradditori di questo fondamentale archetipo dell’immaginario occidentale “che ha influenzato per lungo tempo la rappresentazione sociale del femminile”.
Tradotta anche in lingua spagnola da Benidle nel 2015, la fortuna de La donna serpente. Storie di un enigma dall’antichità al XXI secolo è un fatto prima di tutto italiano. Dedalo la pubblica nel 2013, e da lì in poi la ricerca si aggiudica il primo premio del concorso nazionale Il Paese delle donne nel 2014, nello stesso anno è finalista al Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica promosso dall’Associazione Italiana del Libro e dal C.N.R. e vince nel 2015 il Premio CIRSE (Centro Italiano per la Ricerca Storico-Educativa).

 

Professoressa Giallongo, perché Medusa?

Il mito di Medusa mi ha affascinato fin da bambina, ma quando a scuola chiedevo perché i suoi occhi pietrificassero l’immancabile risposta era : “è così e basta”.
In seguito, ad un certo punto della mia vita professionale, ho deciso di fare una ricerca su queste strane cose che non accaddero mai ma che esistono da sempre, come aveva già intuito nel I sec. a.C. lo storico latino Crispo.
Mi sono quindi avventurata nella giungla dell’immaginario, cercando di individuare e di interpretare le associazioni visive e mentali che avevano via via costruito lo stereotipo della donna serpente e alimentato, nel corso dei secoli, le paure maschili nei confronti del femminile.

Letteratura, arte, poesia, antropologia, sociologia, pedagogia, cinematografia, fisiognomica, psicologia, psicoanalisi, internet, advertising: sono alcuni dei mari che la sua ricerca ha veleggiato per tracciare la storia evolutiva del mito di Medusa. Quali le rive estreme dell’approdo?

Per semplificare, sono state toccate due sponde. In altre parole, la cattiva notizia è che l’immaginario europeo androcentrico ha ereditato dalla cultura greca e, in particolare, da quella medievale un immaginario malefico che ha rappresentato l’alleanza tra la donna e il serpente come una minaccia e un pericolo sociale.
La buona notizia, invece, è che per l’arte minoica del 1600 a.C. le cretesi in compagnia di un rettile simboleggiavano una tale autorevolezza da essere oggetto di venerazione e di rispetto da parte di tutta la comunità.
Se si spinge poi lo sguardo ancora più indietro, nella preistoria europea, ai culti primordiali del neolitico, si scopre che l’accettazione delle tondeggianti signore neolitiche come divinità ofidiche (6000 a.C.) aveva favorito un clima di collaborazione e di empatia fra i due sessi. Come confermano gli studi che hanno ritrovato le prove di comunità preistoriche vissute in un sistema sociale mutuale e partecipativo.

Il mito della Gorgone, che pure è stato oggetto di indagine in diversi ambiti delle scienze umane, lei dice: “difettava ancora di una perlustrazione storico-educativa”. Perché?

La categoria dell’immaginario nelle ricerche storiche delle scienze pedagogiche non è ancora un tema prioritario. Eppure, questa prospettiva consente di esaminare l’influenza dei processi immaginativi in luoghi reali e in tempi diversi.
Grazie a questo approccio ho avuto l’opportunità di delineare, nella tradizione occidentale, le esperienze emotive incoraggiate dagli sconcertanti insegnamenti pubblici di uno dei più famosi miti-guida, quello di Medusa. Mito che ha fatto e che fa ancora parte dei percorsi didattici delle scuole italiane di ogni ordine e grado. Mito che ha costruito barriere reali tra i sessi.
Quando lo stereotipo dello sguardo assassino come attributo femminile si è affermato, diventando una sorta di ideale culturale, il barometro dei rapporti sociali tra i sessi ha subito un duro contraccolpo: al “noi” delle comunità preistoriche si è sostituito il “noi uomini” e gli “altri, le donne”. Questi rapporti di forza hanno incoraggiato e incoraggiano l’emarginazione, la subordinazione e, nei casi più estremi, l’eliminazione dell’altro.

Qual è il senso educativo di questo archetipo potentissimo dell’immaginario collettivo?

Sicuramente la risposta più significativa è quella di Christine de Pizan, la prima scrittrice professionista che, agli inizi del ‘400, ha sollecitato i suoi contemponaei e le nuove generazioni a sostituire pericolosi miti sulle donne con altri progetti immaginativi dinamici e vitali.
In sostanza, la storia è funzionale alla conoscenza quando aiuta a rimuovere i conflitti e gli squilibri sociali, a decostruire, come in questo caso, le traiettorie simboliche di un immaginario notturno che ha profondamento rafforzato l’asimmetria sessuale.

Pare, quindi, che indagare le “cose che non accaddero mai ma che esistono da sempre” garantisca un vantaggio scientifico considerevole!

Direi di sì, perché si può credere che la specialità dello storico sia anche quella di descrivere accuratamente ciò che non è mai avvenuto, ma che noi sappiamo di fatto essere avvenuto, eccome!

Un’ultima riflessione sull’impatto sociale e culturale della sua ricerca, finalista, tra l’altro, del Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica del C.N.R.

Di recente sono stata contattata dalla redazione di una rivista underground tutta al femminile per un’intervista. Mi ha fatto davvero piacere sapere che queste intraprendenti ragazze abbiano avuto interesse per questa ricerca, per il mio testo e che ne abbiano colto il messaggio: la possibilità, cioè, di uscire dal circolo dell’alterità e da tutto quello che rende infelici.
Qualche giorno fa una studentessa mi ha detto: “ ho comprato il suo libro quest’estate e l’ho letto ad alta voce a mia cugina sotto l’ombrellone; ad un certo punto alcune persone che erano intorno si sono avvicinate e mi hanno detto: vai avanti vogliamo vedere come va a finire”. Ma non era mica un giallo!

 

Credo, infine, che l’Università debba proporsi sempre più come attiva sede pubblica di conoscenza e della sua divulgazione. Per esempio, nei miei corsi, piuttosto affollati (circa duecento studentesse e studenti, anche se i maschi sono in netta minoranza), ho notato un vivo interesse, probabilmente perché il discorso sul mito di Medusa mette in gioco tante emozioni, compresa la curiosità sullo studio dei meccanismi simbolici negativi e conflittuali che impediscono di vivere in modo nuovo e salutare le relazioni fra uomini e donne.

 

Immagine in evidenza: Masolino da Panicale [Public domain], via Wikimedia Commons