A un secolo dalla nascita di Franco Fortini, l’Università di Urbino dedica il convegno “…Un intellettuale, un letterato, dunque un niente”. L’eredità di Franco Fortini al grande poeta, traduttore, saggista e critico letterario italiano.
Ne parliamo con Salvatore Ritrovato, docente di Letteratura italiana contemporanea, curatore dell’evento in programma martedì 21 novembre alle 14.30 nell’Aula del Parnaso di Palazzo Veterani.

 

Professor Ritrovato, molte sono le iniziative che celebrano Fortini negli Atenei italiani ed europei, qual è il senso complessivo dell’evento urbinate e quali gli interventi in programma?

L’idea di organizzare un incontro di studiosi su Franco Fortini è nata da me, Riccardo Donati e Antonio Tricomi – che insegnano presso il nostro Ateneo materie legate alla letteratura contemporanea e comparata – e intende affiancarsi all’ampia rassegna di convegni, manifestazioni, seminari in corso in tutta Italia e all’estero dedicata a Fortini, con un’attenzione rivolta in particolare alla dimensione “intellettuale” della sua figura e della sua opera letteraria.

Al convegno partecipano sia studiosi nati, cresciuti e, in taluni casi, operanti ancora all’interno dell’Università ma che godono ormai di una loro statura nazionale e internazionale, sia studiosi che, venendo da fuori, portano la discussione urbinate nel cuore delle questioni oggi affrontate dal rinnovato interesse per la figura e l’opera di Franco Fortini.

 

Il convegno si distingue per il tentativo di dare un taglio prettamente “intellettuale” agli interventi, nel senso che l’opera di Fortini viene letta e discussa non in una mera dimensione estetico-letteraria, ma nel vivo rapporto con la storia, nella sua capacità di interrogare politicamente, puntando al nodo delle contraddizioni, le tensioni del Novecento, cioè di quel secolo breve che ha dischiuso e chiuso due guerre mondiali, l’esperimento planetario del comunismo, una lunga guerra fredda, la fine del colonialismo e l’avvento di un’altra più subdola forma di colonizzazione, fino al trionfo del capitalismo finanziario, fino all’omologazione del mercato e alla globalizzazione.

 

Nel piano degli interventi, tutti brevi in maniera che si possa avere spazio per la discussione, avremo, in ordine alfabetico: Emiliano Alessandroni, Franco Fortini e le “negazioni a basso prezzo”; Gualtiero De Santi, La volontà a essere intellettuale europeo; Maria Lenti, “Ritorni e luoghi essenziali”: Fortini e la letteratura del suo tempo; Luca Lenzini, Senza salutare. Fortini estremo; Franca Mancinelli, “Ero ma sono”: appunti e tracce per Fortini; Massimo Raffaeli, L’uso formale della vita; Donatello Santarone, “Nulla è sicuro, ma scrivi”. Fortini e la poesia del Novecento; e non ultimo Giorgio Tabanelli, Cultura e politica. Franco Fortini incontra gli studenti dell’Università di Urbino negli anni della Pantera. Gli organizzatori si riservano di inserire le loro osservazioni lungo il percorso. Gli interventi, ovviamente, verranno riarticolati e sviluppati allorché si passerà alla raccolta degli Atti.

Incuriosisce non poco il contributo di Giorgio Tabanelli perché racconta l’incontro di Fortini con gli studenti del nostro Ateneo negli anni, non facili, della Pantera.

Il Professor Salvatore Ritrovato

È stato scelto questo contributo come introduzione del convegno perché ci permette di legare la figura di Fortini a un episodio urbinate di cui alcuni partecipanti del convegno serbano memoria: il suo incontro con gli studenti della Pantera, che occuparono l’Università in tutta Italia, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, allorché si profilava una riforma molto discussa, sulla quale non è ora necessario entrare nel merito.

 

Io, allora studente, ebbi l’occasione di assistere all’incontro con Fortini, allo stesso modo di Giorgio Tabanelli, il quale però ebbe anche l’accortezza di portare una telecamera che riprese quel pomeriggio e che, a distanza di 27 anni, ci ha fornito alcuni passaggi interessanti dell’incontro, oltre a restituirci il clima attento e partecipe in cui si svolse sia la lettura delle poesie, sia il successivo colloquio con studenti, docenti e cittadini.

 

Si tratta di otto minuti molto densi, in cui viene riannodato, senza nostalgia, il filo che lega questo convegno alla tensione positiva e costruttiva che venne liberata da quel grande movimento studentesco.

Altre “barricate”, quelle del Sessantotto, avevano collocato Fortini e Pasolini su rive avverse, tant’è che ragionando sul rapporto con l’amico-nemico, Fortini scrisse: “aveva torto e io non avevo ragione”.

Sì, altro movimento fu quello del Sessantotto. Comunque, anche nei confronti degli studenti del Sessantotto Fortini non covò, diversamente da Pasolini che – com’è noto – prese le distanze,   diffidenze o timori, forse perché aveva un modo di ‘tagliare’ le questioni con argomentazioni così sottili e raffinate, ironiche e autoironiche (la frase sopra citata è emblematica), da spiazzare l’interlocutore, giungendo a un rovesciamento paradossale di ogni punto di vista, senza sfociare in un labirinto indecidibile, tutt’altro, spingendo a guardare più in profondità, a non abbandonare l’ipotesi di una “vera verità” (definizione fortiniana: non suoni una banale tautologia).

 

Le argomentazioni di Fortini avevano qualcosa di inespugnabile, perché non solo si peritavano di mettere in discussione l’altro punto di vista, ma prevedevano che sarebbe stato messo in discussione anche il proprio.

“Letterato per i politici, ideologo per i letterati”, chi era Franco Fortini?

Io direi che Fortini era un poeta nel suo essere intellettuale e un intellettuale nel suo essere poeta, non nel senso che egli voleva mettere in risalto, in questa sua peculiare figura (arricchita da un’attività critica e saggistica di assoluto valore, e da una di traduttore memorabile soprattutto dal tedesco e dal francese: Flaubert, Gide, Proust, Weil, Queneau, e quindi Goethe, Brecht, Kafka, Einstein, Enzensberger…), la sua esperienza individuale del mondo, la sua forma irripetibile di esistenza, sia pure in una delle tante versioni anti-narcisistiche maturate nel corso del Novecento.


No, Fortini voleva fare della sua parola una modalità della “prassi”, un metodo di intervento sul mondo, grazie al quale la stessa esperienza soggettiva – “non imiterò che me stesso”, scrive in una poesia dedicata a Pasolini, “più morta di un inno sacro/ la sublime lingua borghese è la mia lingua./ Non conoscerò che me stesso / ma tutti in me stesso…” – viene recuperata non nel suo intrinseco valore letterario (così come avveniva, non di rado, nelle avanguardie, che si dissolvevano in esperimenti autoreferenziali), ma nel valore proprio di una poesia relazionale, allegorica, capace di coinvolgere il lettore, di chiedere la sua collaborazione e partecipazione, aprendo un dialogo con il presente, e uno spiraglio nel futuro, onde approdare a una piena e profonda coscienza del proprio operare nella storia, e anche contro la storia, fino alla “verifica dei poteri” che ne possono controllare e condizionare la libertà.