L’Università di Urbino chiude la prima settimana di lezioni online col segno +! Grande successo, in particolare, per la didattica a distanza di Sociologia della comunicazione e dei media digitali: un insegnamento fondamentale del corso di laurea triennale in Informazione, Media e Pubblicità.

Ne parliamo con Giovanni Boccia Artieri, docente di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi, Direttore del Dipartimento di Scienze della Comunicazione, Studi Umanistici e Internazionali (DISCUI) dell’Università di Urbino.

 

Il Professor Giovanni Boccia Artieri

Professore, cosa significa ” fare resilienza” attraverso la piattaforma Moodle Blended Learning di Uniurb?

L’idea di base è quella di trasformare un momento di crisi in un’opportunità attraverso il digitale, che ci permetta di garantire agli studenti una continuità didattica e di relazioni. Il sistema di blended learning di Ateneo che stiamo utilizzando è uno strumento che, oltre a funzionare da repository per i contenuti didattici, permette a noi docenti di lavorare sull’interazione diretta, in modalità sincrona, con i ragazzi.

 

Ed è una buona occasione anche per mostrare come docenti e studenti insieme riescano ad affrontare le situazioni di emergenza. Noi lo abbiamo fatto, non ci siamo abbandonati alla paura del virus e alla narrazione sul virus, e in una settimana siamo riusciti ad utilizzare il digitale come acceleratore di pratiche che riguardano i processi formativi e le dinamiche di relazione con gli studenti.

Possiamo senz’altro considerare le #coronalessons un “esperimento sociale” riuscito!

In un tweet ho usato le parole “esperimento sociale” perché la didattica a distanza si fa in tanti modi, questa però è un’occasione diversa: è un momento per fare lezione, per trovarsi e sperimentare i modi migliori per interagire con i ragazzi.

 

Sono stati proprio gli studenti, discutendo con me durante la prima lezione online, a inventarsi l’hashtag “coronalessons” che hanno poi usato per postare contenuti su twitter e in rete.

 

Quindi, la forza di tutta questa esperienza sta anche nella possibilità di un racconto all’esterno, che si costruisce attraverso una grande libertà creativa e giocosa rispetto alla sfida che il Paese sta affrontando.

Qual è stata la risposta degli studenti di Uniurb?

I ragazzi hanno molto apprezzato il fatto che l’Università abbia deciso di reagire al rischio di vuoto. A fronte della chiusura, nel giro di pochi giorni siamo riusciti a garantire le lezioni a distanza per tutti i corsi di laurea. A mio parere hanno, quindi, apprezzato questo nostro impegno nel dare a un disagio una risposta di contenimento rapidissima.

 

Le studentesse e gli studenti sono contenti del tipo di modalità utilizzata perché il sistema permette al docente di fare dirette audio e video (da registrare per essere riascoltate da chi non ha potuto accedere), condividere materiali, gestire i rapporti in chat e in interazione vocale con loro.

 

Questa è una generazione abituata a seguire contenuti online, a commentare in tempo reale, a seguire dirette streaming e a interagire con chi fa i live, quindi il feedback è certamente positivo.

Il covid-19 condiziona inevitabilmente le nostre vite, ma lei dice: “rappresenta anche un’occasione per la soggettivazione”. L’esperienza di didattica online ha a che fare, quindi, con la possibilità di essere soggetti attivi nella situazione di emergenza che viviamo?

Sì, esattamente. È ovvio che tutti i dispositivi che utilizziamo – e la Scuola è un dispositivo esattamente come la tecnologia – producono, in senso foucaultiano, forme di disciplinamento. Ma in situazioni come quella che stiamo vivendo questi dispositivi possono diventare strumenti di cui appropriarci, e occasioni da cui partire per generare contenuti originali in piena libertà, attraverso cui esprimerci ed esprimere il senso della relazione più profonda tra professori e studenti.

 

L’uso degli strumenti per la didattica online che sia nelle Università, sia nelle scuole si sta facendo sta rapidamente abbassando la soglia di difficoltà che l’accesso all’innovazione inevitabilmente porta con sé. Un po’ come quando ci capita di usare per la prima volta la carta di credito per fare un acquisto online. All’inizio sperimentiamo una sorta di resistenza, poi lo facciamo, capiamo che è possibile e con non troppa difficoltà, e quella pratica diventa parte della normalità.

 

Quali saranno gli effetti del cambiamento in atto? 

Alla fine di questo periodo, in cui l’emergenza didattica si tradurrà in metodo di gestione della didattica attraverso il digitale, avremo aumentato le nostre competenze, scoperto soluzioni da utilizzare in condizioni di normalità, accresciuto l’accettazione del digitale come risorsa all’interno di un altro ambito della vita quotidiana che non sia l’intrattenimento o l’informazione.

 

Il fatto che lo sperimenteremo in massa – docenti, studenti, tecnici e famiglie – potrà farci superare la naturale soglia di resistenza all’innovazione in questo ambito e uscire dalla retorica della curiosità per il nuovo, perché vivremo questa possibilità come più naturale e accessibile. Dipende da noi e dalla capacità di trasformare, per una volta, il racconto sul digitale in un’esperienza concreta.

Al di là dell’emergenza del momento, quali spazi deve ancora guadagnare il digitale nella didattica delle Università italiane?

Sfruttare le molte possibilità che il digitale può offrire significa immaginarlo come parte integrante dei processi di apprendimento offline.

 

Penso, ad esempio, all’innovazione da portare nelle aule, rendendole ambienti adatti alla connessione e al lavoro di gruppo online, come stiamo facendo con il progetto aule 3.0. Si può sperimentare poi ancora molto a favore degli studenti lavoratori, per i corsi più professionalizzanti e per i master, per l’apprendimento continuo, creando pillole informative di aggiornamento, anche per i nostri ex studenti.

 

La sfida più rilevante è poi immaginare come l’Università possa essere sempre più un produttore diffusivo del sapere, ad esempio attraverso i MOOCs (Massive Open Online Courses), e anche aggregatore di corsi singoli che possano essere seguiti e superati a distanza, come nel modello Coursera.

Oggi c’è bisogno di un’estrema flessibilità formativa, e una metodologia che passi attraverso il digitale può supportarla gestendo anche numeri significativi di utenti.

Come possiamo “educarci al digitale”?

Non è solo un problema di accesso o di competenze tecnologiche, bisogna rieducarsi al digitale come comunità. É un tema principalmente culturale.

 

Nel particolare momento che attraversiamo abbiamo l’occasione di capire come attraverso le potenzialità della distanza, della delocalizzazione, dell’asincronia o della sincronia online si possano sviluppare regole, pratiche e modalità utili alla didattica, ma anche alle nostre vite iperconnesse.

 

Internet e il digitale non sono luoghi in cui leggere fake news o divertirsi con i meme, ma universi mediali in cui possiamo dirci cose utili per la nostra vita e fare delle cose insieme. Lo stiamo dimostrando in questi giorni ed è così che ci educhiamo, giorno per giorno.

 

Ovviamente l’istruzione al digitale serve, ma il problema è imparare ad abitare un ambiente nuovo dove come comunità ci diamo delle regole e cerchiamo di rispettarle.

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