La storia di EryDel comincia nei laboratori dell’Università di Urbino. Spin-off della Carlo Bo in principio, è oggi una società specializzata nello sviluppo di tecnologie medicali innovative in grado di attrarre investimenti da fondi di venture capital e finanziamenti europei che superano i 30 milioni di euro. Opera nel settore delle malattie rare del biotech italiano e ha un obiettivo preciso: portare sul mercato del farmaco EryDex System, già in fase avanzata di sviluppo clinico, e provare a cambiare le prospettive di vita dei pazienti affetti da Ataxia Telangiectasia.
Ne parliamo col Professor Mauro Magnani, Cofondatore e Direttore scientifico di EryDel.

 

Professor Magnani, EryDel nasce come spin-off dell’Università di Urbino. Ci racconta perché, dove, quando?

EryDel nasce dalla ricerca di base che il mio gruppo e io abbiamo fatto in quello che un tempo si chiamava Istituto di Chimica Biologica dell’Università di Urbino. Tutto è cominciato nel periodo della mia prima formazione, quando ho scritto una tesi sui globuli rossi sviluppando l’idea di impiegarli sia come sistema diagnostico per capire alcune malattie, sia a fini biotecnologici e cioè per veicolare farmaci.
Questa era l’idea di fondo che, tra l’altro, nello stesso periodo circolava in Francia e negli Stati Uniti nell’ambito di gruppi di ricerca che più o meno erano arrivati alle stesse conclusioni. Per cui abbiamo avviato un progetto che per un certo periodo è stato un progetto europeo e ha riunito persone che si occupavano di queste cose, e insieme abbiamo fatto un pezzo di strada.

Dopodiché? Ci incuriosisce molto il secondo big bang, quello che ha trasformato lo spin-off in un’impresa supportata da 30 milioni di euro di finanziamenti.

Dopodiché abbiamo cercato un’impresa, un’azienda che industrializzasse quello che noi sviluppavamo in laboratorio. L’abbiamo trovata e per diversi anni abbiamo collaborato. Nel frattempo, l’azienda ha depositato una domanda di brevetto sulle cose che stavamo facendo, ma il progetto non evolveva. Così, con la mia collega Luigia Rossi, siamo riusciti a riottenere il brevetto, abbiamo cercato i finanziamenti per creare una società ed è nata EryDel, grazie ai nostri primi diecimila euro e a due fondi di investimento: Focus nelle Marche, e Innogest con base tra Torino e Milano. La società è cresciuta, ha avuto ulteriori necessità e ha accolto un altro fondo di investimento: Genextra. Oggi è finanziata da fondi europei e venture capital.

EryDel diventa, quindi, una società per azioni e prosegue la collaborazione con la Carlo Bo.

Sì. L’Università di Urbino fa ricerca di base, EryDel fa sviluppo industriale di tipo clinico. EryDel stipula specifici contratti con il Dipartimento di Scienze Biomolecolari e commissiona all’Ateneo la ricerca di base, perché all’interno del DISB ci sono tutte le competenze affidabili di cui i progetti necessitano e che, tra l’altro, hanno generato EryDel stessa.
È ovvio che, trattandosi di uno studio commissionato, i risultati tornano all’azienda; tuttavia l’Ateneo ne beneficia in quanto grazie a queste risorse porta avanti la propria ricerca di base, come documentato da pubblicazioni scientifiche, e ha in EryDel il partner che la sviluppa industrialmente.

Esiste, secondo lei, una formula vincente che consenta a spin-off universitari e startup accademiche di avviare partnership di business?

La ricerca è il motore primo che genera qualcosa che nessun altro ha fatto prima, quindi dovrebbe essere, secondo me, la modalità normale con la quale nasce un’attività aziendale. Occorre partire da ciò che risponde a un bisogno, da lì si può fare impresa e cercare le risorse. Ma è necessaria la motivazione giusta: devi credere nel tuo progetto per convincere gli investitori a crederci, e a metterci sopra i finanziamenti che servono a dimostrare nella pratica che ha un significato concreto.

 

Ecco, secondo me, la strada per un’impresa innovativa è questa: partire da un’idea mai realizzata prima, che risponde a un bisogno reale e che nasce da un’attività di ricerca.
Ed è come Università che dovremmo promuovere questo approccio non solo con l’esempio, ma con la divulgazione di ciò che realizziamo, perché credo che quando comunichiamo in prima persona gli esiti ottenuti dimostriamo di poterlo adottare davvero.

Col medical device EryDex System, EryDel lo ha, di fatto, dimostrato trattando con esiti favorevoli l’Ataxia Telangiectasia. Ci spiega come funziona?

EryDex System è una tecnica innovativa basata su un sistema biologico che realizza la veicolazione e il rilascio del farmaco attraverso i globuli rossi. Consente, infatti, partendo da soli 50 millilitri del sangue del paziente, di incapsulare il profarmaco nei globuli rossi che sono poi reinfusi nello stesso soggetto.
Dobbiamo immaginare il globulo rosso come un contenitore nel quale non introduciamo il farmaco, ma un precursore del farmaco. Ora, nei globuli rossi ci sono degli enzimi, vale a dire delle attività biologiche, che lentamente convertono questo precursore (o profarmaco) nel farmaco attivo. E in questa forma i globuli rossi lo rilasciano in circolo.
Rispetto ai farmaci a lento rilascio di cui si sente parlare – che presentano una struttura fisica inerte, non biologica, con un rilascio che è sempre nell’ordine di qualche giorno nella migliore delle ipotesi – EryDex System usa una cellula e trae vantaggio dalle caratteristiche biologiche di questa.

 

In sostanza, è un sistema attraverso il quale possiamo sfruttare il globulo rosso come contenitore, aprirlo, incapsulare al suo interno tutto il profarmaco che serve al paziente per un mese di trattamento, richiuderlo e ottenere che gli enzimi lo convertano in farmaco e che in questa forma si diffonda, in piccole quantità, costantemente, per tutto il periodo della terapia.

Cos’è l’Ataxia Telangiectasia?

L’Ataxia Telangiectasia è una malattia genetica rara che colpisce i soggetti già nella prima infanzia, causando gravi disturbi motori e l’insorgere di forme tumorali.

Perché il progetto ha optato per il trattamento specifico di questa malattia?

La storia è interessante.
Qualche tempo fa, facevamo una sperimentazione clinica sulle malattie croniche dell’intestino utilizzando il dexametasone e il nostro sistema di veicolazione EryDex. Nello stesso periodo a Siena, l’asma di un bambino atassico fu trattata con cortisonici e i genitori osservarono anche un progressivo miglioramento della sintomatologia tipica dell’atassia del figlio. Convinsero, quindi, il pediatra a estendere la somministrazione della stessa terapia per bocca ad altri nove bambini affetti da Ataxia Telangiectasia (AT) – ovviamente d’accordo con i genitori e con il comitato etico del centro che li seguiva – e il tentativo dimostrò che i cortisonici per via orale miglioravano la condizione atassica, ma evidenziò anche che dopo due settimane occorreva sospendere la terapia a causa degli effetti collaterali che purtroppo generava.

 

La coppia e altri genitori di bambini atassici non si scoraggiarono e, documentandosi, scoprirono il nostro sistema a rilascio lento e a basse dosi che evita gli effetti secondari dei corticosteroidi, mi invitarono a raccontare quello che stavamo studiando e convinsero me e il mio gruppo a fare questa sperimentazione.

Come si colloca EryDex System nel quadro normativo di riferimento, nazionale e internazionale?

Dal punto di vista normativo, oggi la Food and Drug Administration (FDA) e l’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) prevedono, oltre alle due sezioni dedicate all’approvazione dei farmaci e dei dispositivi medici, una terza categoria che si chiama “combination products” e che comprende prodotti che nascono dalla combinazione di farmaco e dispositivo medico. Noi rientriamo giuridicamente in questa terza categoria perché stiamo sviluppando un “combination product”, che per essere effettivamente impiegato e produrre risultati efficaci ha bisogno del farmaco e, insieme, di un dispositivo medico e di soluzioni che ne garantiscano la somministrazione.

La tecnologia EryDex prevede un più ampio spettro di applicazioni?

Sì. Lo stesso farmaco, il dexametasone, con lo stesso sistema, applicato in condizioni diverse genera benefici.
Abbiamo ottenuto dall’EMA la designazione di “farmaco orfano” – destinato, cioè, alla cura delle malattie rare – per la Fibrosi Cistica; per l’Ataxia Telangiectasia (AT), sia in Europa che negli Stati Uniti, e per malattie croniche dell’intestino come il Morbo di Crohn e la Colite Ulcerosa. Inoltre, il trattamento si è dimostrato efficace in studi condotti da diversi sperimentatori nel trattamento della Chronic Obstructive Pulmonary Disease (COPD) o Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO), una malattia delle vie respiratorie.
In tutti i casi, diversi studi clinici pilota hanno dimostrato i benefici del nostro sistema.

 

La fibrosi cistica, ad esempio, è un difetto genetico per cui i pazienti perdono il 2% della capacità respiratoria ogni anno. Attualmente, i soggetti affetti non superano i 35-40 anni di età, circa. Il nostro ragionamento è stato questo: se riuscissimo a ridurre la perdita all’1% garantiremmo un’aspettativa di vita che raggiungerebbe i 70 anni. Abbiamo somministrato eritrociti con il dexametasone e, in un periodo di due anni, abbiamo notato che i pazienti coinvolti non solo perdono capacità respiratoria più lentamente, ma addirittura la recuperano. Esiste, quindi, un beneficio che supera le aspettative.

(Ery)Dex sta per dexametasone, ma immaginiamo che il sistema possa veicolare corticosteroidi e anche altre categorie di farmaci.

Più categorie di farmaci possono essere impiegate, ma non tutte. Ad esempio, alcune tipologie di antibiotici non possono, di fatto, essere incapsulate nel globulo rosso perché la loro struttura chimica interagisce con i componenti della membrana del globulo stesso. Altre molecole, in particolare farmaci biologici come gli enzimi, si prestano per questo trattamento.

Quale fase di sperimentazione attraversa il progetto?

Il nostro studio, ha da poco avviato la fase III, quella più importante che coinvolge un numero elevato di centri ospedalieri e oltre 180 pazienti. Uno step questo che si svolge in un periodo di studio relativamente lungo e coinvolge cinque continenti: Australia, America del Nord, Europa, alcuni Paesi del Bacino del Mediterraneo per l’Africa e l’India per l’Asia.

Per concludere, qual è il senso più profondo e quali le ricadute di percorsi professionali che, come il suo, conciliano ricerca e imprenditorialità?

Considero il mio un unico lavoro che integra questi due mondi nel modo più proficuo per entrambi. E credo che questa tipologia di attività dovrebbe trovare più ampio spazio in ambito accademico perché insegna come operano le imprese, coinvolge i giovani, apre prospettive per chi si forma e per chi fa ricerca. L’Università è un’istituzione pubblica finanziata dalla collettività ed è giusto, quindi, che il trasferimento tecnologico e gli esiti della ricerca scientifica, attraverso il sistema accademico, ritornino alla comunità nel suo insieme.