Il 21 luglio 2001 ci lasciava Carlo Bo, Rettore dell’Ateneo di Urbino per oltre mezzo secolo. A venticinque anni dalla scomparsa, il suo nome continua a richiamare un’idea di Università come luogo in cui il sapere prende forma nelle relazioni e la cultura trova la propria ragione nei diritti e nella libertà dell’essere umano. Questa mattina la comunità universitaria si è ritrovata nell’Aula Magna del Rettorato per un breve raccoglimento e per inaugurare il ritratto di Carlo Bo che, da oggi, incontra chi varca la soglia dell’Ateneo. Un gesto, affidato dal Rettore Giorgio Calcagnini alla cura di Tiziana Mattioli, che restituisce un segno visibile a una presenza che apparterrà per sempre all’identità dell’Ateneo.

L’intervista che segue porta la riflessione del Magnifico sul significato di questa ricorrenza. Le domande prendono avvio dall’anniversario e si aprono alla storia dell’Università, al valore delle eredità culturali, al senso del governo di un’istituzione e al rapporto fra memoria e avvenire. Perché nel pensiero di Bo, il tempo non coincideva con il trascorrere degli anni, ma con la capacità delle idee di continuare a generare vita.

 

Carlo Bo abita e abiterà sempre il presente della nostra Università. Lo ricordiamo oggi in un giorno speciale.

Sì, speciale, perché ricorrono oggi, 21 luglio 2026, i venticinque anni dalla sua scomparsa: un quarto di secolo. Un tempo, così tanti anni erano considerati un passaggio di generazione. Oggi, nel nostro presente veloce, non saprei dire a quale calcolo questa cifra possa corrispondere, ma per ciò che ha lasciato in eredità Carlo Bo, non solamente come studioso, come critico, come scrittore, (verrebbe da dire: come poeta), ma anche come grande edificatore di una nuova Università, sia nella sua oggettiva struttura architettonica che nella sua idea, nella sua utopia di progetto culturale di formazione delle nuove generazioni, e di ricerca in ogni ambito scientifico, e, di più, di innalzamento di un piccolo borgo appenninico: una “città del silenzio”, all’identità di Urbino come Città/Mondo, un crocevia di internazionalità.

 

Ecco, forse venticinque anni vanno calcolati non sul sentimento della perdita ma su quello della durata. Su ciò che non solo resiste, ma resistendo si rinnova e vive il presente e si accresce sempre riaffermando i propri valori originari, che erano e sono valori etici, oltre che culturali, poiché cultura ed etica, libertà e impegno, lucido sguardo sulle cose del mondo sono l’anima di un luogo: la sua impalpabile ma visibile perennità. Una misura che supera la cronaca – le sue piccole, sempre modeste priorità. Quei ‘luoghi’ dove, diceva Bo, “ci sono più banderuole che vento” – e così anche la storia, che a sua volta può essere una scelta di sguardo e di opportunità.

Quale idea di Università le ha consegnato Carlo Bo e quale fedeltà ha cercato di custodire nell’esercizio del suo mandato?

Ho voluto dare un abito, una veste al mio mandato: uno stile quotidiano e ad un tempo eccezionale. Non è stato difficile stabilire che questo habitus fosse esattamente il lascito, l’eredità incalcolabile che Bo ha generosamente donato al suo e al nostro tempo. Del resto, quando un Ateneo non può fare a meno di identificarsi con una persona sino a prenderne il nome, significa che quella è la sua verità trascendentale, qualcosa che va ‘oltre’, definita per sempre. Ciò non vuol dire, non ha voluto dire per me, naturalmente, mettersi a fronte di una realtà immutabile, quasi intangibile. Al contrario, proprio da Bo, sin dai primi anni del suo rettorato, è venuto il richiamo a non rincorrere o celebrare solamente il passato, pur avendone cura: sentendone, vedendone ogni giorno il lascito, e quanto di quella storia passi anche solo attraverso lo sguardo, o la stessa aria che si respira nella nostra meravigliosa città.

 

Scriveva infatti, nel ’53, dopo aver già avviato i primi restauri a Palazzo Bonaventura: “l’Università non rappresenta soltanto il maggiore istituto scientifico ma è un centro di vita, è una cosa viva, è una famiglia che risponde in pieno alla sua prima ragione e non soltanto un’accademia nel senso cattivo del termine, non è cosa che obbedisca esclusivamente a una leggenda, a una tradizione: qui si è per fortuna verificato il fatto che su un tronco illustre è nato un nuovo ramo di vita”. Vita è la parola chiave: Letteratura come vita, Università come vita. Identità di corpo e d’anima; slancio morale, esistenziale e politico. Senso di appartenenza, una “società di amici”, diceva Bo, infine una reale “comunità culturale” inarcata tra giovinezza e maturità, a comprenderle.

Di questa parabola di tensioni vive davvero un Ateneo?

Beh, far convivere gli estremi, se ci si pensa bene, è un metodo che genera energia. Il solo capace di dipingere insieme passato e futuro. Come si vede in Raffaello, nella Scuola di Atene: braccio teso verso il reale, e nondimeno, e accanto, vigorosamente indirizzato al cielo. L’Accademia è questo, sin dalle sue origini. Bisognerebbe dunque intendere come non ci si possa accontentare del buon senso, che è un inevitabile adattamento. Citerei ancora Bo, il Bo di Aspettando il vento, dove aleggia, a questo proposito, la sua malinconia. Scrive: “La gioventù è passata, navighiamo tra le secche della maturità e al massimo assistiamo al ritorno del buon senso, che è sempre una misura abbastanza sconfortante. Anche perché il buon senso fa dei brutti scherzi e finisce per confondere amarezze con ingiustizie, delusioni con errori. [Non così possiamo] lasciare bruciare un’altra grossa porzione della nostra vita”.

Lei ha pensato di rendere visibile per immagini la storia di Uniurb a partire dal primo Novecento. Vuole raccontarci le ragioni del progetto? 

Inaugureremo, in effetti per mio espresso desiderio, e proprio nei locali di ingresso al Rettorato, una “Galleria di ritratti” che ricordi, facendo capo alla definizione dello Statuto d’Ateneo del 1894 che ha qualificato anche il nostro presente, tutti gli amministratori che hanno governato l’Ateneo. Il primo ritratto a giganteggiare in solitudine, allestito oggi, in questa data anniversaria così importante, è quello di Carlo Bo: come atto dovuto e come gesto affettuoso di gratitudine e di ricordo. È un ritratto che manca, fisicamente, in queste stanze, nonostante vi sia uno spirito che aleggia come un nume tutelare di cui sento il memento, e la consegna delle responsabilità anche umane.

 

Penso di poter dire che, dopo Carlo Bo, ogni Rettore avrebbe voluto somigliarli almeno un poco. Io spero di aver colto specialmente, del suo stile, il portamento antiautoritario, e l’abitudine di tenere comunque la porta del Rettorato aperta a tutti, al mondo, volendo restasse per fermo (anche perché sono stato unanimemente eletto) un principio assoluto di democrazia, pur correndo il rischio venisse scambiato per debolezza. La democrazia, si sa, è un governo difficile: di servizio e di ascolto. Di delicatissimo equilibrio dello stare in parte – per compito affidato – ma super partes. È stata, volgendomi indietro agli anni che sono così precipitosamente passati, la mia utopia.

L’anniversario sembra ricondurre lo sguardo a una storia più ampia. Quali altri momenti ritiene inseparabili da questa ricorrenza?

Nel tempo di questo anniversario, in effetti, ne avremmo potuto ricordare tanti altri presenti alla nostra memoria, in questo 2026, e ciascuno avrebbe meritato un’iniziativa dedicata, o comunque un punto di luce. La “desinenza in 6”, come io la chiamo, ci riallaccia infatti a tante cose, e innanzitutto al cinquecentoventesimo anno della fondazione della nostra Istituzione: atto di nascita fondamentale. Ma nella nostra crescita novecentesca, bisognerà ricordare le prime lezioni del Magistero, nel ’36 (istituzionalizzato formalmente l’anno successivo), poi, grazie a Bo, importantissima è stata nel 1956 l’istituzione della Facoltà di Lettere e filosofia, mentre per il 1966 mi sarebbe piaciuto raccontare che qui in Urbino, con la rocambolesca messa in scena de I lunatici di Rowles & Middleton, è nata l’identità di un grande regista come Luca Ronconi, nelle meravigliose estati del Teatro di Corte, mentre nel 1976 si è dato corpo, tra le tante e geniali immaginazioni di Carlo Bo e Giancarlo De Carlo, ai corsi nternazionali dell’ILAUD (Bo ne era Presidente e garante), che di fatto sono stati, per tanto tempo, la nostra – alternativa – Facoltà di Architettura e di Urbanistica, con un esperimento di progettazione e immaginazione totale tra docenti e studenti di tutto il mondo. È Qualcosa a cui ancora tendiamo, muovendo proprio in questa estate un primo piccolo/grande passo di riavvicinamento.

Quale forma ha assunto, negli anni del mandato, il dialogo dell’Università con Carlo Bo?

Qualche persona, forse distratta, ha detto recentemente che abbiamo dimenticato Carlo Bo… Ecco, io non vorrei fare l’elenco delle cose fatte in suo nome: dieci mostre, piccole e grandi; altrettanti libri e, in uscita, tre volumi importanti che presenteremo a settembre: uno dedicato a un grande poeta amato da Bo, Eugenio De Signoribus; uno costruito in due anni di lavoro sulla convergenza di pensiero e azione tra Carlo Bo e Giancarlo De Carlo; infine uno, primo di una serie di quattro che abbiamo già finanziato, sugli articoli giornalistici di Bo per il “Corriere della Sera”: circa 1.400 voci, e tutta la storia che è passata dagli anni Sessanta agli iniziali Duemila.

 

Nell’attesa di tutto ciò, che appunto sarà attesa breve, passato il caldo dell’estate, tra le cose che più sono state gradite e ascoltate delle nostre iniziative, ci sono le dodici letture degli scritti di Carlo Bo dedicate a Urbino, sua (e nostra) “città dell’anima”. Un coro di voci (anche la mia) che torniamo qui a riproporre, per chi voglia ancora una volta ascoltarle, magari intendendole come fossero piccoli libri, perché, dice Bo, “nei libri vive, soprattutto in tempi desolati, il segno della civiltà”.

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