La Scuola di Lingue e Letterature Straniere di Uniurb ricorda e saluta il Professor Sergio Guerra disegnando parole e immagini su una grande pagina bianca che ogni giorno, nei Palazzi del nostro Ateneo, consente “a colleghi e studenti di rivedere, quel sorriso che ci manca tanto”.

Chi era Sergio Guerra e quale eredità lascia alla storia accademica e intellettuale del nostro Ateneo? Lo abbiamo chiesto ad Alessandra Calanchi, docente di Lingue e Letterature Anglo-Americane.

 

 

Professoressa Calanchi, l’omaggio della Scuola di Lingue e Letterature Straniere al Professor Guerra corrisponde a una specifica ricorrenza?

Grazie per questa domanda. Non ci sono ricorrenze particolari in questo periodo: direi che è piuttosto il risultato della lunga elaborazione collettiva di un lutto che abbiamo faticato molto ad accettare. Un’elaborazione che è scaturita in un testo – il cui progetto grafico è stato curato da Andrea Laquidara – al quale volevamo dare visibilità nel periodo di ripresa delle lezioni in presenza. Per consentire a colleghi e studenti di rivedere, anche se in un’immagine e non dal vivo, quel sorriso che ci manca tanto.

Chi era Sergio Guerra?

Prima che il Covid-19 ce lo portasse via, Sergio Guerra era un Professore di Letteratura e Cultura inglese, ma anche un canzoniere e musicista, capace com’era di muoversi fra mondi e linguaggi diversi. Non solo: era stato anche docente all’Istituto per la Formazione al Giornalismo, coordinatore dei corsi di cultura italiana, animatore del “teatro in lingua”, organizzatore di memorabili concerti di Natale, e membro attivo – da sempre – del progetto Erasmus. Ma soprattutto, era un vero esperto nel campo degli Studi Culturali.

Proverei a tracciarne il profilo attraverso alcune parole chiave che emergono dalle righe del manifesto. La prima: multiculturalità.

È presto detto: per Sergio Guerra non esisteva “la” cultura, ma esistevano “le” culture. E non esistevano muri, solo ponti. La letteratura inglese, insegnata da lui, era un prisma, riluceva dei colori di ogni sua componente etnica e culturale. La multiculturalità era il presupposto da cui partire, piuttosto che l’obiettivo della sua ricerca.

 

Lo spiega bene nei suoi libri più recenti, Figli della diaspora e Il potere della cultura, pubblicati entrambi da Aras, rispettivamente nel 2014 e nel 2017, nella collana “Rewind” che ora porta il suo nome. Chi sono i “figli della diaspora”? Sono i protagonisti del romanzo black British e British Asian dal secondo dopoguerra a oggi; sono gli immigrati dalle ex colonie di Caraibi, Africa e Asia, e i loro discendenti.

 

E qual è il “potere della cultura”? Il suo metterci in grado di ragionare, di contestare, di resistere. Perché, in un fertile cross-over con la storia, la sociologia e la scienza politica, la cultura – sia quella “alta” sia quella “pop” – ci offre un antidoto all’ignoranza, al consenso passivo, al pregiudizio.

Internazionalità e cosmopolitismo.

L’internazionalità e il cosmopolitismo venivano subito dopo la multiculturalità, o subito prima, non saprei.
Lui era un cittadino del mondo; aveva lasciato l’Italia poco più che adolescente, viaggiando e risiedendo a lungo in America e in Australia per sfuggire al servizio militare che in quegli anni era obbligatorio. Ironia della sorte: con quel cognome così poco consono alla sua personalità, sosteneva con passione un credo autenticamente pacifista.

 

Tornò per motivi di famiglia, e si radicò tanto nel territorio fra Pesaro e Urbino che, scherzando, a volte diceva che a spingersi fino a Senigallia gli veniva il jet lag… Aveva perfino scritto un romanzo in inglese, da giovane, che aveva lasciato incompiuto ma che entro la fine di novembre vedrà la luce in traduzione italiana accompagnata dal manoscritto originale, per l’editrice Ventura, e sarà in libreria anche a Urbino. Il titolo che abbiamo scelto è Non doveva essere amore. Da Pesaro a Melbourne (via L.A.).
Facciamo in modo che sia un best seller!

Musica.

Ah, la musica era il suo grande amore, insieme a quello per la sua amatissima gattina Ali, a cui ha dedicato perfino un libro. Teneva ancora, fra le altre, la chitarra che lo aveva accompagnato negli States, e quando si metteva a cantare una canzone dei Beatles o una sua creazione improvvisata, era subito festa.

 

Cantava, suonava, componeva parole, scriveva musica… ha organizzato e partecipato a diversi concerti e ha fatto parte di diverse band, dai Fratelli Tessuto ai Soul Fix. L’ultimo doveva essere quello dell’Orchestra Orientabile, un gruppo di musica multietnica nato in seno al corso di Lingue Orientali: era previsto al Teatro Raffaello di Urbino per fine marzo 2020. Speriamo di poterlo fare nel 2021, in suo ricordo.

Quale eredità lascia il Professor Guerra alla storia accademica e intellettuale del nostro Ateneo?

Un’eredità multipla. Innanzitutto, a livello umano e relazionale: non c’è nessuno, ma proprio nessuno, che non ricordi la sua gentilezza, il suo sorriso, la sua disponibilità. Poi, come docente: per il suo modo di fare con gli studenti, per la sua sintonia con i giovani, per quell’allegria che faceva amare la sua disciplina come fosse un gioco. Infine, come studioso: sebbene fosse solo professore a contratto, mai entrato in ruolo per i bizzarri casi della vita, la sua è stata e rimane tuttora una delle voci più autorevoli nel campo dei Cultural Studies nel nostro Paese.

 

Sergio era veramente capace di una lettura trasversale e critica della società, di uno sguardo lucido e attento su qualsiasi problema riguardasse temi dell’identità (soggettiva o nazionale), dell’ibridità (letteraria, culturale, sociale), della cittadinanza. Per questo mi sono attivata affinché la Summer School che coordino porti il suo nome.

Un’eredità che comprende anche scritti inediti?

Sì. Nel mese di marzo 2021, uscirà una raccolta di suoi saggi – alcuni pubblicati nel corso degli ultimi vent’anni, alcuni inediti – a cui stava lavorando quando ci ha lasciati.
Il progetto però non è semplicemente commemorativo: il volume – edito sempre da Aras – si intitolerà infatti Cultura Futura, un modo per ricordarlo ma soprattutto un invito a proseguire il suo percorso di consapevolezza, di analisi critica, di problematizzazione della realtà e delle sue rappresentazioni.

 

Inoltre, da alcuni giorni è attivo presso Palazzo Petrangolini il Fondo Sergio Guerra, curato dal Dottor Michele Bartolucci, che comprende la maggior parte dei volumi della sua biblioteca personale, donata dagli eredi.

 

Infine, il 12 novembre alle 19 ci sarà un Unirb Spritz in streaming, in cui si parlerà del contributo dei suoi scritti nello scenario globale.
In un momento in cui è difficile incontrarci e organizzare manifestazioni pubbliche, credo che il modo migliore per ricordare Sergio sia mantenere accesa la fiaccola della cultura con ogni mezzo possibile: la lettura, la scrittura, lo studio, gli eventi online.

 

Per cui ringrazio tutte e tutti coloro che hanno manifestato stima e affetto in questi mesi, ma un pensiero particolare va al Presidente della Scuola di Lingue e Letterature Straniere Claus Ehrhardt, al Direttore del DISCUI GIovanni Boccia Artieri, al Rettore uscente Vilberto Stocchi e, soprattutto, al nuovo Magnifico Giorgio Calcagnini a cui Sergio era molto legato. E un grande grazie a te e al blogazine per la sua preziosa attività e testimonianza.

 

 

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