Il 18 novembre 2025, la lectio magistralis di Sara Marini, Professore Ordinario di Composizione architettonica e urbana allo Iuav di Venezia, ha concluso il ciclo di incontri Bo/De Carlo. Pensare una città, promosso e curato dal Rettore Giorgio Calcagnini e da Tiziana Mattioli. L’intervento ha riportato al centro del dibattito pubblico il valore progettuale e critico dell’opera dell’architetto genovese, osservato attraverso le trasformazioni che oggi investono città e territori.
In questa cornice, la Professoressa Marini ha offerto una lettura rigorosa e inquieta del rapporto tra spazio, società e progetto anche nell’intervista che segue, dedicata alle idee che continuano a muoversi tra i gesti e le intuizioni che Giancarlo De Carlo ha consegnato. A dominare la prospettiva: Urbino, come luogo privilegiato da cui interrogare il passato e misurare ciò che ancora può generare futuro.
Professoressa Marini, il suo interesse per De Carlo è costante. Lo studia da anni. Perché?
Ho conosciuto l’opera di De Carlo negli anni in cui ho frequentato il liceo a Urbino, prima ancora di studiarlo. Ho “abitato” e vissuto i suoi spazi credendo che l’architettura moderna fosse quella di De Carlo, soprattutto nel suo intenso rapporto con il patrimonio storico esistente. Più tardi, durante la formazione universitaria, ho approfondito il suo pensiero, il ruolo che ha avuto nella cultura progettuale italiana e internazionale, e capito meglio anche l’affinità precoce che avevo sentito attraversando i suoi luoghi. L’aspetto che continua a interessarmi del lavoro di De Carlo è una certa postura autonoma, fuori dal coro, sostanzialmente apripista: un’attitudine difficile da rintracciare in altri autori, anche in quelli contemporanei.
Lei scrive di “traiettorie”. Nell’urbanistica contemporanea, spesso ingessata da vincoli e procedure, esiste la possibilità di tracciare traiettorie libere?
Assolutamente esiste e deve succedere. Le traiettorie, quelle sociali e quelle spaziali, sono per natura mobili, plurali, spesso contraddittorie. Se gli strumenti dell’urbanistica non sanno intercettare questo movimento, finiscono per irrigidire ciò che, mentre lo disegniamo, è già cambiato. Ed è qui che nasce la distanza tra i progetti e la vita che dovrebbero accogliere.
De Carlo ci ricorda che non esiste una vera separazione tra urbanistica e architettura, entrambe chiedono di pensare in quattro dimensioni, includendo il tempo come materiale di progetto. Non retini bidimensionali o griglie normative, ma dispositivi capaci di ascoltare il dinamismo del vivente, società e ambiente insieme.
La questione, oggi, è come ripensare gli strumenti di progetto affinché possano accompagnare forme di vita e contesti che respirano. Solo così si aprono traiettorie realmente libere, capaci di restare in contatto con chi attraversa la città.
Come spiega ai suoi studenti dello Iuav l’eredità di De Carlo?
Ai miei studenti racconto De Carlo in due modi. Il primo è informativo: colloco la sua opera dentro il Novecento, ne restituisco l’articolazione, le scelte, il contesto. Molti di loro non lo incontrerebbero altrimenti, e il primo compito è dunque dare forma a una conoscenza: chi è, quali questioni ha attraversato, quale spazio ha aperto nel progetto.
Il secondo riguarda il lascito, ciò che oggi può ancora attivarsi, le eredità che restano operative. Gli strumenti, le domande che De Carlo ha acceso e che possono ancora orientare il progetto, pur con le necessarie revisioni. Spiego loro che la sua è una figura “scomoda”, critica, autocritica e in controtendenza rispetto a quelle che erano le linee dominanti dell’architettura a lui contemporanea. Chiarisco che scegliere quella traiettoria significa assumersi più responsabilità e accettare la complessità come condizione di lavoro.
Gli studenti avvertono la distanza da stagioni storiche che sembrano non offrire più un futuro, eppure nell’opera di De Carlo trovano anche una forma di speranza. Lui stesso scrive degli insuccessi, dei progetti incompiuti, delle amarezze di una lunga esperienza, ed è proprio in questa trasparenza che si intravede un invito ai giovani a mettersi in gioco. Del resto, De Carlo ha coinvolto spesso i più giovani nel processo progettuale; per questo continua a parlare a chi oggi si avvicina al progetto e cerca, attraverso questo strumento potentissimo, di cambiare le direzioni del presente.
La relazione tra spazio e società è stata sostanziale nel pensiero di De Carlo. Nelle comunità intermittenti che abitiamo, tra presenza e online, esiste uno spazio che possa contraddire questa frammentarietà o ricomporla?
La questione è molto problematica perché viviamo in quella che già Umberto Eco definiva “la società della televisione”. Un’attitudine collettiva che si è estesa fino a inglobare ogni forma di comunicazione e rischia di trasformare chi ascolta in spettatore permanente. Perché, di fatto, quando torniamo nello spazio reale, pretendiamo relazioni attive, ma lo facciamo con posture ormai plasmate dalla passività dell’online.
In questo quadro, lo spazio fisico diventa un luogo di resistenza: scomodo, antieconomico, perfino antiecologico se pensiamo agli spostamenti, eppure insostituibile. L’esperienza diretta produce relazioni che nessun sistema digitale può replicare. Senza questa immersione rischiamo di non conoscere più la realtà, affidandoci a interpretazioni altrui. È una deriva che contraddice l’eredità di De Carlo, fondata sul confronto con i luoghi, sullo “stare dentro” la complessità.
Anche la fatica del progetto – la conoscenza lenta del contesto, il tempo lungo delle analisi – è oggi minacciata da scorciatoie informative che illudono di poter sostituire l’esperienza. Ritornare ai luoghi, interrogarli, prendersi il tempo necessario è già un modo di ricomporre la frammentarietà delle comunità intermittenti. Solo così spazio e società possono tornare a generarsi reciprocamente, evitando la deriva di un mondo visto soltanto attraverso lo schermo.
Se oggi la città tornasse ad essere “selva” – figura teorica che dà nome a una ricerca nazionale PRIN che ha cofirmato – quale forma di coscienza umana, più che urbana, dovremmo recuperare per non smarrirci?
Più che una forma di coscienza, dovremmo recuperare rapidamente forme di conoscenza. Siamo animali urbani, alfabetizzati rispetto ai codici della città, molto meno a quelli della selva. Eppure la selva – intesa anche come territorio della nostra interiorità – riguarda ormai ugualmente i territori interni delle grandi città, segnati da abbandono e da una perdita di tenuta del sistema costruito. Non è un fenomeno nuovo e, oggi, ai cicli economici si somma il passaggio dal “grande numero” al “piccolo numero”.
Come abitare allora in ordine sparso spazi pensati per densità che non esistono più? Come mantenere una città che si svuota? Ecco, la selva racconta questo spaesamento. Territori che sovraesponiamo narrativamente, mentre lasciamo in ombra ciò che non vogliamo più abitare, ma che prima o poi dovremo attraversare. Il terremoto del Centro Italia lo ha mostrato con brutalità: se crolla una città sappiamo, almeno in parte, come reagire; se crolla un territorio, la risposta è l’abbandono. E l’abbandono rende quei luoghi ancora più difficili da percorrere.
Per questo la selva è anche una sollecitazione a progettare per generare idee capaci di misurarsi con condizioni in mutamento. E, soprattutto, a riconoscere che non siamo soli, perché nella selva riaffiorano altre forme di vita, animali e vegetali, che la città ha rimosso. Tornare a conoscerle potrebbe essere il primo passo per non smarrirci.
Urbino per De Carlo è stata una sorta di laboratorio politico e poetico. Osservando oggi la città, cosa resta della sua visione e quanto è stato dimenticato?
A Urbino resta molto di De Carlo perché molto è stato costruito. Il riferimento è a un’eredità materiale che chiede cura e continua a parlare. Ciò non significa però che tutte le sue idee siano ancora vive. La prima a essersi incrinata è la possibilità che il centro storico resti un organismo in trasformazione, capace di accogliere la modernità. Oggi, non solo a Urbino, i centri storici sono quasi ovunque mummificati: funzionano per il turista, non per chi la città la abita ogni giorno. È un tradimento evidente del pensiero decarliano.
Un secondo tradimento riguarda la visione della città come struttura in evoluzione in un preciso ambiente. Nel primo piano regolatore, con il quartiere La Pineta come porta nord, De Carlo immaginava forme collettive dell’abitare nel paesaggio. Nel secondo piano guardava al territorio, rafforzando i nuclei rurali e ragionando sulle relazioni tra città e territorio. Queste intuizioni non sono state raccolte né allora, né oggi.
Eppure Urbino resta il luogo dove l’opera di De Carlo si misura con la realtà nel modo più intenso. Qui convivono i suoi messaggi ancora attivi e quelli rimasti inascoltati. Stilare un bilancio significa riconoscere questa doppia eredità e chiedersi se esista la possibilità di riaprire quei discorsi, soprattutto ora che la città – come molte altre realtà – affronta trasformazioni radicali, dall’intelligenza artificiale all’inverno demografico.
Continuare quel dialogo non implica replicare le forme di De Carlo, ma coltivarne le idee, traducendole nella lingua e negli spazi del nostro tempo. Non so se siamo ancora in tempo, sarà la storia a dirlo.
