Domenica 1 ottobre, nell’ambito del Premio Nazionale di Cultura Frontino Montefeltro, il riconoscimento dedicato al Personaggio dell’anno è stato attribuito al Professor Roberto Burioni. Qualche settimana prima della cerimonia abbiamo raggiunto nella sua casa di Fermignano il noto virologo, che nei prossimi giorni tornerà a dar voce alla scienza sul Nove ospite stabile della squadra di Fabio Fazio, e con lui abbiamo conversato a lungo.
Ne è emersa una preziosa testimonianza biografica che racconta con forza e sorridente delicatezza gli anni della formazione, la famiglia, il senso più profondo della scienza e dell’amore, la fede nel futuro e la necessità indiscutibile della conoscenza, per trovare un equilibrio dove nulla è precisabile o sicuro e spingersi verso l’imperscrutabile.

 

Professor Burioni, ripercorriamo brevemente la linea del suo tempo e la geografia della sua vita?

La mia famiglia è originaria di Casteldelci l’ultimo paese prima della Toscana, nella Valmarecchia, vicino alle sorgenti del Tevere. Mio papà e mia mamma sono di Casteldelci, io sono nato a Pesaro e mi sono trasferito a Fermignano quando avevo sei anni. Quindi, ho fatto qui gran parte delle elementari, le scuole medie e poi il liceo l’ho fatto a Urbino: il Liceo Classico Raffaello. Finito il liceo sono andato a studiare a Roma, al Policlinico Gemelli, e da lì è cominciato il mio rapporto con gli Stati Uniti.

 

Grazie a una borsa di studio ho avuto la possibilità di fare la mia tesi alla University of Pennsylvania, a Philadelphia, ed è stata un’esperienza molto bella che mi ha formato non solo scientificamente ma anche umanamente. Dopo la laurea sono tornato per molti anni negli Stati Uniti, nella California del Sud a San Diego, sono stato lì per diversi anni, poi sono venuto in Italia a insegnare. La prima posizione accademica l’ho avuta a Roma, all’Università Cattolica, al Gemelli, poi per tre anni ad Ancona e nel 2004 mi hanno chiamato al San Raffaele, e lì mi sono fermato.

Con quali parole fermerebbe in un unico fotogramma la sua terra e la sua famiglia?

Io mi sento marchigiano, fermignanese. Ho i più cari amici qui, anche mia moglie è di Fermignano, mia figlia sta crescendo a Fermignano, dove frequenta le scuole medie, quindi io sono legatissimo alle mie zone.
Ho una mamma che si è occupata sempre della famiglia, e ho una sorella che ha quattro anni meno di me ed è Ordinario di Fisica Teorica all’Università di Parma. Lei è la scienziata di famiglia!

E suo padre…

Papà è medico, ed è stato medico a Fermignano dal 1969, quando siamo arrivati qui, fino al 2000 quando è andato in pensione. Era un periodo molto bello per i medici anche se molto impegnativo. Io ho il ricordo di mio padre che non faceva vacanze; che lui dovesse partire la sera per andare da un paziente era una cosa normale, o che la notte venissero a suonare al campanello. Era un periodo bello… di una medicina che non esiste più, però sicuramente i medici davano molto e ricevevano molto in cambio.

 

Il fatto che mio padre sia stato medico è stato un elemento importante perché mi ha fatto conoscere alcuni aspetti molto belli della professione che permettono di aiutare gli altri. Ecco io ho questo ricordo, mio papà quando sentiva suonare il telefono la sera alle dieci non si arrabbiava, ma diceva sempre: «ringraziamo di essere da questa parte del telefono che possiamo aiutare le persone invece di avere bisogno di aiuto».

 

Quindi, questo dovere di carità laica nei confronti degli altri – che poi chi crede può pensarla come cristiano, ma non c’è bisogno di credere per sentire l’esigenza di far del bene agli altri – questa possibilità che dà la nostra professione e questo dovere che impone la nostra professione io l’ho sempre sentito molto vivo.

La scienza può rispondere a ogni nostra domanda?

La scienza fondamentalmente non risponde a nessuna delle nostre domande. Come diceva Einstein, rispetto alla verità delle cose è qualcosa di infantile, di molto lontano, però è il meglio che abbiamo. Per cui, la scienza non sa rispondere alle nostre domande però è quello che salva una persona da un infarto. È il modo migliore per curare gli infarti? Probabilmente no, tra dieci anni li cureremo in un altro modo, molto più efficace. Non si sbaglia mai? Qualche volta si sbaglia e si fa il meglio che si può, però non abbiamo di meglio, e lo ha dimostrato la pandemia perché con l’arrivo dei vaccini abbiamo come minimo salvato decine di milioni di persone che altrimenti sarebbero mancate. Piuttosto, quello che sorprende è che nonostante queste evidenze, che sono un dato di fatto, ci sia così tanta diffidenza nei confronti della scienza.

Tanta diffidenza perché “la scienza non è democratica”?

Questo slogan venne fuori l’ultimo dell’anno del 2016. Io ero a Milano perché purtroppo mio padre si era ammalato molto gravemente ed era in rianimazione, e ad un certo punto ci furono dei casi di meningite e si cominciò a dire che li avevano portati gli immigrati. Ora, gli immigrati possono portare tutto, ma i ceppi delle meningiti di quel 2016 erano diversi da quelli presenti in Africa.

 

Misi, quindi, un lavoro in rete scrivendo che i batteri all’origine della meningite dovevano venire da qualche altra parte, forse da crocieristi statunitensi, e la gente cominciò a dire: «secondo me no», «secondo me no», basta col “secondo me”: la scienza non è “secondo me”. Se secondo me Fermignano e Frontino sono in provincia di Latina non è secondo me: Fermignano e Frontino sono nelle Marche, punto. Come penso si possa esprimere il diritto di opinione? Uno è libero di dire che Fermignano è in Piemonte e non lo arrestiamo, questa è la libertà. Le cose si sanno o non si sanno, se non si sanno si può anche stare zitti.

 

In realtà la scienza è quanto di più democratico esiste, perché la scienza intesa come conoscenza non conosce scorciatoie. Uno può avere tutti i soldi che vuole, ma l’unico modo per sapere qualcosa è studiare. Quindi è vero che la scienza non è democratica – nel senso che il risultato di un’equazione non si decide per alzata di mano, e se anche tutti dicessero che due più due fa cinque, due più due continuerebbe a fare quattro – però è anche vero che la conoscenza è quanto di più democratico esiste perché veramente è accessibile solo con lo studio e con il sacrificio.

Potrebbe, forse, essere utile insegnare nella scuola non solo le scienze ma anche il metodo scientifico.

Ritengo che dopo la salute l’istruzione sia la cosa più importante. La scuola più che un metodo scientifico deve insegnare un metodo di ragionamento. In un mondo dove l’intelligenza artificiale oramai sa fare tante cose che prima venivano fatte da persone che svolgevano “lavori di concetto”, quello che deve fare la scuola è promuovere la crescita intellettuale delle singole persone. Se una persona è cresciuta intellettualmente e ha gli strumenti per comprendere il mondo – che può essere apprezzare un quadro di Raffaello o un buon vino – a quel punto non può non avere gli strumenti per capire che il metodo scientifico è l’unico che possiamo seguire. Il resto è superstizione.

Amato, detestato… è diventato leader della rete, si aspettava tanto clamore?

Diciamo che la cosa della rete è successa prima della pandemia. Io ero negli Stati Uniti, a fine 2015 inizio 2016, per insegnare, e un’amica mi disse «perché non vieni nella mia pagina facebook a spiegare i vaccini alle mamme?». Io andai, cominciai a spiegare i vaccini e mi resi conto, con stupore, che erano le mamme che spiegavano i vaccini a me! Mi resi conto che c’era molta disinformazione e così cominciai a spiegare la sicurezza, l’efficacia, l’importanza dei vaccini in rete e questo ebbe un successo notevolissimo.

 

Si parla sempre male di questi social però io sono arrivato, da professore anonimo di una Università italiana, a essere conosciuto, a fare libri che hanno venduto tantissimo, solo con un computer, una connessione internet e quello che avevo studiato. Questo è il segno che la rete si può usare in termini negativi ma può essere, per un giovane volenteroso, un mezzo estremamente efficace di promozione culturale.

Qual è il desiderio che non ha ancora realizzato?

Il desiderio che non ho realizzato è veramente un punto dolente. Io vorrei rimettermi a suonare il pianoforte molto seriamente. Non ci riesco. Quando c’è stata la pandemia ho detto: «costretto a stare in casa nel disastro totale vorrà dire che mi rimetterò a suonare», invece, preso dalla catastrofe, non sono riuscito. Quindi, il mio desiderio principale sarebbe quello di rimettermi seriamente a studiare e a suonare il pianoforte.

Oltre che un formidabile merito evoluzionistico quale valore attribuisce all’amore?

L’amore inteso nel senso più ampio del termine che è lo stupore per la bellezza del mondo, della musica, dell’arte è la cosa fondamentale.
È vero che in questo mondo ci siamo noi, c’è l’inquinamento e tante cose, ma se non ci fossimo noi non ci sarebbero i dipinti, non ci sarebbero le sinfonie di Beethoven, non ci sarebbero i libri. Se non ci fossimo noi, con il nostro amore e la nostra passione, questo mondo sarebbe un tristissimo orologio a cucù.

Cosa si rammarica di non poter vedere del futuro?

Mi spiace non vedere il futuro perché si dice che le cose andranno peggio, invece, le cose vanno meglio. Io spero di fare in tempo a vedere la vittoria della scienza sul cancro. Non succederà tutto d’un colpo come non lo è stato per le malattie infettive. Se ci pensiamo, quando fu scoperta la penicillina la malattia più frequente era la tubercolosi, ma la penicillina contro la tubercolosi non serve; però sapendo che un antibiotico c’era si è trovato anche l’antibiotico per la tubercolosi ed è stata vinta anche questa malattia. E poi mi dispiace tutto il resto… Io sono un entusiasta nei confronti del futuro.

 

Quando ho scritto il primo libro l’ho dedicato a mia figlia e ho detto: «questo libro è dedicato a Caterina Maria, mia luce nel presente e mio sguardo nel futuro». Spero che lei veda le cose che non potrò vedere… però il più tardi possibile, questo sinceramente, perché io in questa valle di lacrime ci sto molto bene! Non sono animato dal desiderio di lasciarla! Io sono veramente entusiasta della vita, del mondo che, certo, è fatto di cose belle e di cose brutte, però nel complesso ritengo la vita veramente un dono e una fortuna essere qua.

 

 

 

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