Una città che cambia è un progetto di analisi socio-economica condotta per il Comune di Fano dal Dipartimento di Economia, Società e Politica dell’Università di Urbino, nell’ambito dell’insegnamento di Sociologia Urbana. Ce ne parla il Professor Eduardo Barberis, Responsabile Scientifico della ricerca.

 

Professor Barberis, l’istituzione del Piano strategico di Fano è stata avviata lo scorso 4 marzo, e proseguirà per tutto il 2017, anche grazie al contributo scientifico della Carlo Bo. Quali sono gli obiettivi della collaborazione e, più nello specifico, del progetto?

Io e il gruppo di ricerca che coordino siamo stati contattati dal Comune di Fano a seguito dell’evento scientifico The Ideal City: between myth and reality, il convegno mondiale organizzato a Urbino nel 2015. L’Amministrazione Comunale aveva la necessità di avviare un processo di pianificazione strategica, e di ridefinire e modificare alcuni aspetti del piano regolatore generale. Per farlo ha scelto di partire da una collazione di dati che restituisse una mappa dei cambiamenti a cui la città è andata incontro negli anni, così da programmare le modifiche in modo consapevole e avveduto.

 

Quello che noi abbiamo ricostruito è una ricca serie di dati che disegna un quadro del Comune articolato su due livelli. Il primo confronta il Comune di Fano con il suo bacino territoriale ed evidenzia, quindi, gli aspetti che caratterizzano la città rispetto alla porzione di provincia di cui è riferimento, e anche rispetto ai due Comuni vicini più simili che sono Pesaro e Senigallia.
Il secondo livello è intra-comunale e ha l’obiettivo di rilevare le diversità e le caratteristiche dei tanti quartieri della città, per capire quali comparti al loro interno hanno specifiche sofferenze e difficoltà, e anche specifiche risorse.
Abbiamo, perciò, mappato una grandissima quantità di dati in serie storica, guardandoli più o meno dal ‘91 ad oggi, e osservando le trasformazioni dei quartieri sia dal punto di vista demografico, sia dal punto di vista economico.

Secondo quali linee di sviluppo si è strutturata l’analisi dei dati?

Il Professor Eduardo Barberis

Abbiamo lavorato su otto diverse aree: demografia, economia, patrimonio edilizio, cultura , turismo, mobilità urbana, povertà e disagio, ambiente. Questi dati sono poi stati elaborati ulteriormente per ragionare su alcune questioni specifiche, come gli effetti della crisi economica e l’attrattività di Fano. E tutti, assieme, per individuare indicatori di benessere equo e sostenibile, secondo le migliori esperienze nazionali.
Rispetto a questo quadro generale, la ricerca si è svolta lungo due linee di sviluppo. Una riguarda l’uso dei dati, l’altra riguarda la valutazione del grado di benessere delle città non capoluogo.

 

Il Comune di Fano ha utilizzato e continuerà a utilizzare questa base dati per tutto il processo di costruzione partecipata del piano regolatore generale. Al momento se ne serve, nelle due differenti declinazioni che abbiamo prodotto, per presentare gli esiti sulla situazione economica e sociale della città a diverse tipologie di pubblico. Una nostra relazione tecnica informa esperti o specialisti, e una relazione divulgativa più snella e di più facile accessibilità, realizzata in collaborazione con l’ISIA di Urbino, informa i non addetti ai lavori. Quest’ultima ha supportato quattro recenti presentazioni su diversi temi selezionati, e il Foro Urbano: un momento di incontro con la cittadinanza.
Va detto che il nostro documento non è in alcun caso una mera collazione di dati, in quanto è sempre corredato di interpretazione, ipotesi e suggerimenti su linee di politiche di indirizzo utili ad affrontare determinati problemi.

 

La seconda linea di sviluppo si svolge anche in collaborazione con partner non universitari, in particolare con il Distretto Integrato di Economia Sociale Marche Nord, con i quali stiamo lavorando sulla valutazione del benessere delle città non capoluogo.
Il nostro obiettivo è stato, ed è, il BES (Benessere Equo e Sostenibile), un indicatore che verifica il progresso della città non solo dal punto di vista economico (come fa il PIL) ma anche sociale e ambientale, e che l’ISTAT calcola solo a livello nazionale, provinciale e per le grandi città. Ecco, l’innovazione che abbiamo avviato riguarda proprio la possibilità di generare un BES per le città non capoluogo. E, di fatto, l’abbiamo realizzata per la prima volta volta in Italia proprio a Fano.

L’Open Space Technology FORO URBANO coinvolge i singoli cittadini nella definizione dei processi di pianificazione strategica della città di Fano. In quale misura la partecipazione sociale contribuisce a massimizzare l’utilità economica e sociale dei dati acquisiti?

Tra l’analisi dei dati e i processi di partecipazione sociale esiste una forte connessione.
Il Comune di Fano usa i dati per la pianificazione strategica e per le attività partecipate perché la promozione della partecipazione sociale è un tema di crescente rilevanza e importanza, rispetto al modo in cui oggi si fanno politiche pubbliche. Il dato è il punto di partenza, ma guardare solo a quello senza considerare l’interazione con la popolazione serve a poco. Facendo anche tesoro di queste esperienze, riteniamo fondamentale fornire ai nostri studenti competenze su come si fa un buon processo di partecipazione sociale. Tant’è che nell’ambito dell’insegnamento di Sociologia Urbana abbiamo istituito un ciclo di laboratori dedicati proprio all’argomento.

 

A tenere il primo, Laboratorio di partecipazione sociale, è stato Pier Paolo Inserra, uno degli animatori del Distretto Integrato di Economia Sociale Marche Nord che ha una ventennale esperienza come sociologo e operatore sociale sul territorio. Il secondo, Architettura della partecipazione. A partire da De Carlo, è stato curato dall’architetto Antonio Troisi dello Studio MTA Associati – Giancarlo De Carlo Associati. L’idea è, quindi, di unire le competenze accademiche e le competenze di chi opera sul territorio ogni giorno e può fornire expertise ancorati alla pratica quotidiana.
La partecipazione ai laboratori degli studenti interessati contempla anche la stesura di un manuale, una vera e propria pubblicazione, nel quale trova spazio la loro personale riflessione sui temi della partecipazione sociale.

Il progetto evidenzia, quindi, ricadute applicative anche immediate?

Certamente, la ricaduta è stata immediata. Il Comune di Fano utilizza quotidianamente i dati che abbiamo prodotto e, di fatto, il nostro lavoro non si considera chiuso al momento della consegna dei report, ma richiede una collaborazione anche successiva con i diversi uffici che devono interpretarli.
Qualche giorno fa ci siamo confrontati sui dati della mobilità dei cittadini. Abbiamo realizzato delle carte dei tempi, ossia delle mappe in cui la distanza non è data dai chilometri, ma dal tempo che chi si sposta per motivi di studio o di lavoro impiega per arrivare in un determinato posto. In sostanza, abbiamo evidenziato quanto tempo perdono in pendolarismo i fanesi. E queste sono evidenze importanti anche per la programmazione che riguarda il trasporto pubblico e, più in generale, le strategie della mobilità del territorio.
La stessa delimitazione dei quartieri è stata oggetto di discussione perché il cittadino di Fano ha in mente un quartiere con un’etichetta, ma i confini sono ormai cambiati e sfumano nella domanda: dove finisce un quartiere e dove comincia l’altro? Quindi abbiamo fatto un lavoro di negoziazione ragionando su nuclei di identità locale etichettati dalla gente del posto, e su quanto questi siano ancora quartiere o non lo siano più.

 

Così come la definizione stessa di quartiere ci ha aiutato a sfidare alcuni stereotipi. Per esempio, alcune aree marginali della città sono ancora adesso considerate luoghi di campagna, eppure proprio queste sono le zone che cambiano in maggior misura; quelle nelle quali si sviluppa una nuova e giovane residenzialità che trasforma le vecchie cascine in abitazioni.
Ed è stato anche interessantissimo mappare le attività produttive, impresa per impresa, perché si è osservata una trasformazione significativa della loro localizzazione. Il centro storico, ad esempio, in vent’anni è diventato luogo di loisir, popolato di bar, ristoranti, esercizi ricettivi e di divertimento con l’espulsione delle attività produttive verso la periferia e le zone industriali.

Una città che cambia si è sviluppato tra l’inizio e la fine del 2016, eppure ci pare di capire si tratti di un lavoro di ricerca ancora in progress e potenzialmente esportabile?

La ricerca e lo sviluppo dei BES territoriali è tuttora in corso, e riguarda una dimensione sia scientifica, sia tecnica. Monitorare parti del territorio e ottenere dati di qualità che al momento mancano è, di sicuro, un interesse scientifico, ma è anche un interesse tecnico che rientra tra le attività di Terza Missione degli Atenei, e che riguarda il supporto ad Amministrazioni Pubbliche e anche al terzo settore che vogliono avere contezza della situazione sociale di aree per le quali è più difficile ricostruire una mappa di dati utile.
Pertanto, il lavoro di ricerca certamente continua in quanto, di fatto, è esperienza esportabile e generalizzabile, così com’è esportabile e generalizzabile tutta la riflessione fatta sulla necessità di rendere questi dati accessibili in un’ottica divulgativa.

 

Immagine in evidenza: Alex Wong