Nella stanza scozzese di Francesca Anna Carrieri, 30 anni “tondi tondi” – come precisa lei stessa – ci sono una valigia e, ancora arrotolata sulla scrivania, una pergamena. Il corsivo al centro, incorniciato tra due loghi, quello dell’Ambasciata italiana a Londra e quello dell’Istituto Italiano di Cultura di Edimburgo, dice Italy Made Me ed è il motivo di questa intervista.

Francesca presentati.

Sono biotecnologa, ho studiato alla Carlo Bo, sezione di Fano: triennale in Biotecnologie. Poi specialistica, sempre alla Carlo Bo: Biotecnologie industriali. Finito il mio percorso parto per l’America con un biglietto di sola andata.

Diretta dove?

National Institutes of Health di Baltimora. Lì mi sono occupata di biologia dello sviluppo. Il laboratorio di genetica nel quale lavoravo faceva ricerca su Plac1, un gene coinvolto nello sviluppo della placenta.

Riprenderemo il discorso dall’America. Prima spiegaci la storia di Italy Made Me.

Iltay Made Me è il premio che ogni anno l’Ambasciata italiana assegna a ricercatori che si sono formati in Italia ma che svolgono la propria attività nel Regno Unito. La sezione Scozia prevede tre categorie: Life Sciences; Physical and Engineering Sciences; Social Sciences & Humanities. Io rientro nella prima.

Come ci sei arrivata tra i finalisti?

Ho presentato la mia candidatura, descritto i miei titoli di studio e sintetizzato in un abstract alcuni punti essenziali del mio progetto di ricerca: studio come le cellule cominucano tra loro in un processo chiamato somitogenesi che porta alla formazione di “blocchi” di cellule specifiche che successivamente daranno vita a scheletro, muscoli e tessuti connettivi. Alterazioni nei meccanismi di comunicazione tra cellule coinvolte in questo processo portano alla formazione di varie patologie e anche di tumori. Il resto è venuto da sé.

Prima stavamo parlando di Stati Uniti…

Sì, dicevo che presa la laurea specialistica, nell’ottobre del 2011, mi sono trasferita in America. Ci sono rimasta fino al 2014. Nel frattempo sono successe molte altre cose.

Proviamo a raccontarle.

Cinque giorni prima della mia partenza per gli States partecipo ad una conferenza a Fano. Lì incontro il professor Stefano Papa, docente di anatomia della Carlo Bo, che mi incoraggia a riscrivermi all’Università. Sarebbe stato un completamento della mia formazione, avrebbe rappresentato la possibilità di entrare in un albo professionale (allora i biotecnologi non ne avevano uno). E poi, dato che sono perfezionista, sarebbe stata l’occasione per ricevere finalmente il bacio accademico, tanto desiderato nelle due precedenti lauree.

Hai seguito il consiglio del tuo prof?

Di lì a qualche giorno avevo già sbrigato la parte burocratica, ero studentessa di Biologia molecolare. Ripartivo da zero, con grande entusiasmo. Il 2013 è stato l’anno della mia terza laurea!

Non deve essere stato facile conciliare lo studio con un contratto dall’altra parte dell’Atlantico.

Non lo è stato. Ho fatto notte fonda sui libri dopo ore passate in laboratorio e ho utilizzato le mie ferie per poter tornare in Italia e sostenere gli esami. Sacrifici alleggeriti da due circostanze: ho condiviso questa ennesima “pazzia” con la mia inseparabile amica Laura, conosciuta il primo giorno di Università. Secondo, mi piace quel che faccio.

Come arrivi in Scozia?

Il contratto presso il National Institutes of Health terminava nel 2014. Dato che il percorso accademico mi interessava molto, ho tentato con il dottorato. Ho vinto la prestigiosa borsa di studio Wellcome Trust ed eccomi qui, in Scozia, a Dundee.

Torniamo al premio. A chi e a che cosa hai pensato quando hai saputo di averlo vinto?

Francesca insieme al Console italiano a Edimburgo, Carlo Perrotta e alla professoressa Paola Severino

Ai miei genitori, che mi hanno permesso di studiare. Quando ho letto la mail di invito presso l’Istituto Italiano di Cultura di Edimburgo ho anche pensato a tutti i sacrifici fatti negli anni di Università. Adesso non ho mai il rimorso che ti fa dire “se quella volta avessi studiato di più…”. Ho anche pensato agli esempi che ho incontrato lungo il mio percorso. Una persona su tutte: la professoressa Pierangela Palma, il mio grillo parlante. Ci sentiamo spesso ed è venuta a trovarmi quando ero a Baltimora. Con lei mi confronto, mi consiglio. Grazie a lei ce l’ho messa tutta, non volevo deluderla. Le racconto le mie giornate e lei, con una battuta, mi ripete spesso: “quando andrai a Stoccolma per il Nobel ci sarò anche io!”. Ho pensato alla mia Università, un luogo dove il concetto di persona è molto forte, dove non si rischia mai di diventare un numero. Quando ho ritirato il premio l’ho ricordato nel mio discorso: “ringrazio Uniurb per la mia formazione”. D’altra parte l’ho scelta per ben tre volte! Sono della provincia di Taranto, avrei potuto iscrivermi all’Università della mia regione…

E invece?

E invece ho seguito il consiglio di mia madre, che si è laureata a Urbino e ho fatto bene.

C’è qualcosa della tua carriera di cui vai particolarmente fiera?

Sì, un workshop di tre giorni durante i quali ho dovuto presentare il mio lavoro di ricerca ad un gruppo di persone sordomute. Insieme ad uno studente siamo riusciti ad ideare circa cento nuove parole nella lingua dei segni. La mancanza di “vocaboli” in ambito biomedicale rende molto difficile la comunicazione. Questo progetto, per inciso, mi ha fatto vincere il Dundee PLus Award (Dundee è un’Università scozzese) dedicato a progetti extra-curricolari.

Collezioni premi?

No – sorride -. Però nel 2016 Roche mi aveva già selezionata tra migliori 100 studenti d’Europa con il premio Roche Continents. Un’esperienza unica durata una settimana, a Salisburgo, dove scienza e arte si incontrano per dar vita a processi creativi e innovativi. Non parlerei di collezionismo ma di determinazione. Spesso la candidatura costa meno di mezz’ora di tempo. Io non mi tiro mai indietro. Non penso di essere migliore di altri, cerco di fare bene il mio lavoro.

Qual è il tuo prossimo obiettivo?

Vorrei tornare negli Stati Uniti per il post doc, fare ricerca biomedica, proseguire la carriera accademica e chissà, un giorno aprire un laboratorio tutto mio.

L’Italia ci sarà nel tuo futuro?

Non subitissimo, ma sì, ci sarà. È il mio Paese, ogni volta che ci rimetto piede sospiro e mi dico: sono a casa! Sono orgogliosa di essere italiana. La nostra istruzione universitaria non la batte nessuno, gli studenti italiani sono più preparati, i ricercatori del belpaese sono richiestissimi e spesso ricoprono posizioni di vertice. I nostri esami orali contro i test a crocette che si fanno all’estero? Uno a zero per noi!

Che cosa ti piace di più di quel che fai?

Non c’è una cosa in particolare. La mattina non vedo l’ora di arrivare in laboratorio, dove passo sette giorni su sette, 15 ore al giorno. Il mio lavoro è stimolante, non esiste noia o stanchezza. In sette anni di ricerca mai ho pensato di cambiare. Riesco a immaginarmi soltanto così. Certo gli esperimenti sono difficili, spesso ripetitivi, quando fallisci devi ricominciare daccapo. Ma è proprio questa la sfida quotidiana più appassionante!

Hai altre passioni?

Faccio crossfit. Nello sport sono competitiva come sul lavoro!

Se avessi la possibilità di farti recapitare un pacco in Scozia senza limiti di peso, volume ecc. che cosa chiederesti?

Papà e mamma. Viviamo in simbiosi e la lontananza non è facile. Purtroppo non ci vediamo quanto vorrei, ma ogni volta è un’emozione. Scegliamo luoghi sempre diversi per incontrarci: Londra, Parigi… Così la reunion diventa anche un viaggio. Amiamo molto viaggiare! Nel pacco ci metterei un po’ di sole: caldo cercasi. È dura per una pugliese abituarsi al clima di quassù, credetemi. Per compensare prendo vitamina D in pillole.
Ah, del cibo: come si mangia a casa non si mangia da nessun’altra parte! La mia moto è troppo grande per entrare in un pacco?

Il tuo motto?

Due citazioni mi accompagnano da sempre: “never give up”, che ho anche tatuato sul braccio. E “vola solo chi osa farlo”. Ho sempre scelto di rischiare e guardandomi indietro credo di aver fatto bene!