Che cosa è possibile dire delle “carriere” dei magistrati a 60 anni dall’istituzione del Consiglio Superiore della Magistratura? Come si è risolto, se si è risolto, il rapporto tra toghe e politica? Se ne è parlato venerdì 5 ottobre nel corso del seminario organizzato dall’Università degli Studi di Urbino. Un bilancio di questi ultimi anni utile a capire qual è la direzione più corretta da prendere e quali esperienze negative non ripetere. Pubblichiamo una sintesi degli interventi di alcuni dei relatori presenti e raccontiamo le opinioni di altri attraverso un breve video.

 

 

Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale, già Ministro della Giustizia.

Non può certo essere messo in discussione il diritto fondamentale del magistrato di entrare in politica, ma va affermato che tale strada deve avere come porta di ingresso quella che è la porta di uscita della magistratura. Non può essere dunque una porta girevole. Il magistrato, una volta eletto, non deve poter tornare a vestire la toga. Ne va dell’essenza e dell’apparenza di imparzialità, che devono connotare chi amministra la giustizia in nome del popolo. A tal fine vanno trovate soluzioni alternative per il ricollocamento di chi termina l’esperienza politica, ad esempio l’inserimento tra i ranghi dell’avvocatura dello Stato.

Glauco Giostra, professore ordinario di Diritto processuale penale presso l’Università La Sapienza, già componente del Consiglio Superiore della Magistratura.

Il confine tra magistratura e politica è stato tracciato nel nostro ordinamento in modo incerto e insoddisfacente, sotto più profili. Alla politica vengono assicurate tutele contro il buon senso (ad esempio l’autorizzazione ad intercettare) o plausibili, ma soggette all’abuso (l’autorizzazione all’arresto). Consentire il rientro in ruolo dei magistrati al termine dell’esperienza politica, significa minare l’apparenza di imparzialità indispensabile affinché la collettività abbia fiducia nella giustizia amministrata in suo nome. Significa altresì restituire alla funzione giurisdizionale, soggetti che hanno maturato una forma mentis per cui l’importante è il risultato, non il metodo impiegato: per il magistrato dovrebbe valere esattamente l’opposto. In questa delicata temperie culturale è importante che la magistratura riacquisiti credibilità e autorevolezza perdendo potere, ritraendosi, autolimitandosi. Venuti meno i diaframmi culturali fra governanti e governati, la magistratura è probabilmente l’unico corpo intermedio a cui il cittadino può fare riferimento quando sente il bisogno di una parola terza, che gli permetta di superare il disorientamento tra posizioni contrapposte, spesso non argomentate dialetticamente ma soltanto espresse mediante slogan.